Dare un senso all’esperienza del dolore nella società della farmacologia

Nella società contemporanea il dolore, di qualsiasi natura esso sia, è ricondotto ad una condizione medica. Ed in questo cambiamento ciò che è andato perso è il significato morale e culturale proprio del dolore. Il senso profondo.

Il dolore è qualcosa che deve essere tolto immediatamente. Qualcosa che non deve essere mostrato, non deve essere “portato”, non deve essere visto e non è mai considerato un interlocutore.

Si è perso, perché ormai se ne nega completamente il valore, il discorso rispetto alle fragilità umane che esso rappresenta e ci ricorda.

La domanda di “anestesia” e quindi farmacologica aumenta in modo esponenziale, perché con il progresso medico si è anche abbassata la soglia di tolleranza alla sofferenza degli uomini.

È la medicina che prende il controllo completo del corpo dell’uomo (e non solo del corpo) togliendo valore alla sua capacità di resistenza personale.

Il dolore, proprio a causa di questi mutamenti è solo percepito con paura e come una tortura. Tanto che nella condizione umana non sappiamo più integrare discorsi sulla sofferenza (come sulla morte).

L’essere umano se dolorante viene svuotato di senso, e tutto passa nelle mani degli specialisti, come se la sofferenza avesse “sospeso” in lui la condizione di soggetto attivo.

Il problema si pone sempre, ma soprattutto nei casi di sofferenze croniche o sofferenze psicologiche, dove la medicina mostra la sua impotenza e la persona è lasciata sola e nuda con il suo dolore.

E’ qui che l’essere umano è stato svuotato delle sue possibilità e dalle sue risorse, ed a rimanere è solo la sensazione di quel che si è perduto e non di quel che è rimasto e che ancora si può fare.

Le persone, in queste condizioni vanno più facilmente in ansia e si sentono sprovvisti di mezzi che sono tutti di proprietà della tecnica specialistica.

Il dolore, nella società farmacologica, riduce l’uomo a corpo che deve essere riparato, e il significato della sofferenza è solo un elemento di disturbo che interferisce con l’azione medica.

Nella società “analgesica” (che non si prende realmente “cura” ma elimina il dolore) è diventato del tutto legittimo rifuggire il dolore ad ogni costo. E questo anche per quelle sofferenze psicologiche che invece dovrebbero essere attraversate, e vissute, proprio con il fine di coglierne l’elemento di senso e per poterle trasformare in esperienze di crescita.

 

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.casadinchiostro.it

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