Durs Grunbein – Quello che sono

IDoppiol mio dubbio alla resa dei conti.
Quando la coscienza si vendica per le sue orge.
Il mio distacco da me e da tutti gli altri.
L’osceno film solitudine, detto anima.
La sua traccia argentea al mattino sul mento non rasato.
Più che allo specchio questo volto, e meno
che l’alito che appanna il vetro.
Il sogno di dissolversi, sparire.
Mai però l’infimo trucco “Io è un altro”.
Sovente il parto di fantasie grottesche –
come sarei con sedici, con trenta dita?
E con una testa canina, un profilo di Anubi?
Scintilla di autocompassione al prelievo di sangue,
quando compare il rosso, la mia fodera.
Il mio disgusto delle cavità nascoste
nel corpo che disastri cova contro di me.
Il mio corpo in un bel gessato (Givenchy).
E dietro il pedinatore dal film noir,
non alto, il giornale sotto braccio.
A giorni scatenato, quasi allegro,
a tratti in trance a metà strada verso una logica.
Nella neve, da lontano, una scala per il cielo,
a volte, al buio, una bocca volgare.

Durs Grünbein è nato a Dresda nel 1962 e si è trasferito a Berlino (est) dove da allora vive, nel 1985. Già i titoli dei suoi poemi – come Lezioni sulla scatola cranica – sono anomali. La struttura del Dna, la massa cerebrale o la fontanella sono infatti per il poeta tedesco fonte di ispirazione e riflessione. Visto che Grünbein riporta la poesia lì dove i classici, da Lucrezio a Dante, l’avevano lasciata: al punto di congiunzione fra scienza e riflessione filosofica. E’ da questa “nuova sintesi” che nasce in Grünbein l’amore per l’inventore del “Cogito ergo sum”. Il principio su cui Cartesio ha fondato la cultura tecnico-scientifica dell’Occidente. Che a sua volta su altro non si basa che Sulla neve. S’intitola così un poema che Durs Grünbein ha dedicato al filosofo del Discorso sul metodo. E che in 42 canti, a partire dall’inverno del 1619 trascorso da Cartesio in Germania, ricostruisce la gelida origine del moderno razionalismo. “Partorito fra distese di neve, sogni e visioni dell’isolato filosofo ed il lungo massacro della Guerra dei trent’anni”, come ci spiega il poeta in questa intervista esclusiva. In cui Grünbein rimonta, alle spalle di Cartesio, all’origine di buona parte della letteratura moderna: ai drammi cioè e alla filosofia stoica di Lucio Anneo Seneca (di cui Grünbein ha tradotto in tedesco il Tieste). “La voce più potente, ma alla fine perdente, all’interno dell’Impero”, come Grünbein dice di Seneca. Ne nasce così una lunga passeggiata che, dall’origine della Modernità, riporta ai punti cruciali della tensione fra canto poetico, astrazione filosofica e scientifica e la crudeltà di fondo dell’eterno di fondo dell’eterno Impero, il dominio politico di ieri.

traduzione di Anna Maria Carpi, in "Strofe per dopodomani e altre poesie", ed. Einaudi, 2011

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