L’esperienza soggettiva dell’attesa

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tempo soggettivo È praticamente impossibile spiegare il “tempo”, anche se ognuno di noi, privatamente, è perfettamente consapevole di “conoscerlo”.
Sappiamo ad esempio che esiste un tempo oggettivo, quello dell’orologio, e che esiste invece un tempo soggettivo, che fa parte del nostro mondo interiore, e che è vissuto individualmente da ognuno di noi.
Questo tempo “personale” è estremamente variabile, tanto che in alcune situazioni sembra che “non passi mai”, mentre in altre sembra “volare via”. Tale percezione, è ovviamente influenzata dallo stato d’animo in cui ci troviamo, ed in effetti la sensazione del tempo che passa, è ben diversa quando siamo felici, rispetto a quando siamo, ad esempio, angosciati.
Quel che davvero è complicato, risiede nel poter o meno descrivere questo “universo del tempo soggettivo”.
Sicuramente se suddividiamo il tempo in: Passato – Presente – Futuro, rispetto alle emozioni possiamo dire che la “Malinconia” e la “Nostalgia” sono sentimenti legati al passato mentre le “Attese” sono legate al futuro.
Ma ciò che è davvero importante, è che sia la nostalgia, sia l’attesa, si svolgono nel presente.

In riferimento alle attese possiamo affermare che alcune si svolgono in modo rapido, altre sono assolutamente interminabili. Alcune sono avvolte da ansia, altre da felicità. Anche se spesso, laddove un sentimento è prevalente, vi è sempre la convivenza di molteplici aspetti emotivi.
All’interno delle diverse “attese”, si trovano frequentemente intere gamme di sentimenti, che possono addirittura essere in contrasto fra loro.

Molto spesso non riusciamo a riconoscere la natura dell’attesa che è in noi, e ancora più regolarmente non riusciamo a comprendere che tipologia di attesa stia vivendo chi si trova accanto a noi. E questo ha conseguenze molto importanti, perché il “mancato riconoscimento” influenza negativamente il rapporto di conoscenza con l’altro. Soprattutto se ci riferiamo a situazioni di disagio e sofferenza.
Innanzitutto bisogna pensare che si deve essere sempre il più possibile attenti, o quantomeno di poter dire di avercela messa tutta.
Questa attenzione ha poi maggiori possibilità di essere efficace, se la nostra sensibilità si affida all’istinto e alle emozioni, cercando sempre di più di lasciare sullo sfondo le parti razionali, che sono dentro di noi. È tramite i percorsi irrazionali, infatti, che possiamo raggiungere la più intima profondità, nostra e degli altri.
Questa è l’unica modalità per avere accesso alla conoscenza, essendo però sempre consapevoli che anche questa strada ha dei pericoli.
Rispetto alle attese, infatti, si corre sempre il rischio di “adattarsi” a situazioni che non ci appartengono e che sentiamo estranee. In questo caso la perdita di autonomia e di autenticità, porta sulla strada del “falso Sé”.
L’unico modo di tirarsi fuori da queste situazioni, è quello di essere sinceri, dicendo apertamente all’altro (oltre che a se stessi) quello che si pensa e si prova. Rispettando le diversità, ma affermando chiaramente che non si può aderire a ciò in cui non crediamo, e che non sentiamo appartenerci.

Di sicuro è sempre molto difficile giungere ad una conoscenza “piena” delle attese che risiedono nell’intimo di un individuo, ma un buon allenamento all’introspezione, all’empatia e all’ascolto, possono aiutare in modo considerevole.
Soprattutto se ci si ricorda sempre che nell’avvicinarsi all’altro (anche all’altro che è in noi), non si può mai “cadere in piedi”. Si corrono sempre dei pericoli.
Dobbiamo restare sempre nel “dialogo”, per cogliere quali attese siano in noi, e quali nell’altro. Perché esse hanno sempre bisogno di essere conosciute e riconosciute, al fine di permettere alle persone il relazionarsi con sincero affetto e rispetto.

Il confine tra speranza e attesa è sottile, e anche se molte sono le differenze, non si possono non tenere in considerazione i punti di contatto. Il più evidente è quello in riferimento al tempo, entrambe infatti hanno in comune la dimensione temporale del futuro.
Punto centrale dell’attesa è quanto, in essa, la percezione del tempo sia alterata, fino al punto di sentire una completa “immobilità”.
Nell’attesa vi è lo spazio che genera angoscia, come se d’improvviso, al centro di questo tempo immobile, potesse accadere l’ineluttabile. Qualcosa di profondamente spaventoso.
Anche in questo risiede la paralisi. In questo terrore che, accadendo in un tempo percepito immobile, rischia sempre di apparire infinito.
Tale punto di vista non vuole escludere la possibilità che vi possano essere “attese” felici e serene, ovvero che esistano le “speranze”, ma che nel suo nucleo, qualsiasi attesa, essendo proiettata nel futuro, crei uno scollegamento con la realtà presente, con conseguente accesso di angoscia e dolore.
Quando l’attesa è “speranza”, questa sofferenza non viene percepita, in quanto si guarda con ottimismo al futuro, ma questo non significa necessariamente che l’essere umano che aspetta, non sia un essere umano che non abbia paura.
In misura a volte molto diversa, una componente di paura che si accompagna all’ignoto, è invariabilmente presente in qualsiasi ”attesa”.
Ciò che differenzia profondamente la “speranza” dall’ “attesa” è che nella prima il futuro si dirige verso esperienze positive, mentre nella seconda lo sguardo è rivolto all’incognita, e quindi anche al possibile dolore.

Abbiamo bisogno di riconoscere quali tipologie di “attesa” vivono in noi, e nell’altro, cercando innanzitutto di entrare in contatto con le parti più evidenti, ma anche con le parti che si trovano più sullo sfondo.
Essenziale è il desiderio di immedesimarsi, soprattutto quando ci si avvicina ad un altro, per poter ridurre al minimo le disattenzioni e le mancanze che sono sempre, umanamente, inevitabili.
Cercare di essere presenti non significa esserlo sempre, e questo fa parte della consapevolezza della nostra non onnipotenza.

Rispetto, immedesimazione e curiosità autentica possono aiutarci a comprendere, il più possibile, le persone che la vita ci ha fatto incontrare.

Francesco Urbani
www.francescourbani.it


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