Quel momento in cui ci sentiamo così lontani dal mondo (e anche dagli altri)

Ci sono volte in cui ci si chiede quanto l’essere umano sappia essere inospitale.
Non ragionando, infatti l’uomo, attorno ai propri limiti, finisce per non vederne le potenzialità, accentuando il tal modo tutto il male che può fare e può farsi.
Così si fa più brutto il mondo, già di suo complesso. Ma quello che accade è una sostanziale perdita di armonia.
Qualcosa che ha un senso, finisce per perderlo.

Allora vediamo un essere umano alle prese con la ricerca di una pace che trova soltanto a costo di una infinita fatica. Semmai raggiungerà questa pace, e se mai saprà conservarla abbastanza a lungo.
E questo lo porta ad una circolarità pesante e pressante. Alla difficoltà continua di cercare di aggiustare quello che lui rompe in continuazione.

Ci facciamo queste domande, o riflettiamo su questo. Ogni tanto. Come se stessimo ad una distanza da tutto ciò, e questo però non fa altro che alimentare proprio questa disarmonia (oltre il nostro sentirci invariabilmente soli, oppure migliori, anch’essa però altra grande disgrazia).

Riusciamo ad assomigliare un po’ di più alla natura di cui facciamo totalmente parte? Anche se ce ne dimentichiamo continuamente?

Cerchiamo un silenzio, di cui sentiamo una profonda necessità. Eppure produciamo ancora più rumore di prima. Adempiamo costantemente alla perdita di equilibrio e creatività, ma i nostri intenti sono completamente all’opposto.

Tutta questa tendenza, in alcuni momenti, sembra proprio non si possa invertire.
E in un momento come questo, ma sempre in realtà, ve ne sarebbe un particolare bisogno.

Ci perdiamo in una individualizzazione degli approcci, dove ognuno sente non solo il bisogno, ma addirittura il diritto, di dire la propria (e fin qui ci si potrebbe anche stare). Se non fosse che poi questo “scorrere di liberi diritti” non porti ad altro che ad un isolamento, in cui ognuno sente di avere una ragione da non portare nel dialogo con l’altro. Perdendolo quindi di vista. Creando distanze, laddove ci sarebbe stato solo il bisogno di una sintesi, di una condivisione. Di comprendere la prospettiva (anche quella apparentemente più lontana).
Che così uno degli elementi che più si finisce con il perdere è quello della consapevolezza delle fragilità.
Il mio pensiero non potrà mai essere completamente giusto, perché la mia fragilità me lo impedisce.
E questo è il dono immenso della natura, perché in quell’imperfezione c’è lo spazio non solo dell’incontro, ma anche quello della crescita. Della ricerca di una soluzione, o cambiamento. E quindi è qui che si apre alla creatività.
L’uomo è memoria e questo gli permette e consente un progetto per il futuro. Nella sua ricerca continua di soluzioni a problemi.

Soluzione che non può, e non potrà mai essere, meramente individuale.

Soprattutto adesso, dove l’elogio della solitudine e della distanza, è diventata l’ideologia di riferimento.
Almeno che questo non significhi perdersi.
Incontrare una notte interminabile. Laddove un cane che abbaia all’ombra ci ricorda la semplicità della direzione e della vita.

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
Cerchi nella notte – Il libro
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.casadinchiostro.it


“Specie inospitale, l’essere umano.
Tutto deve essere conquistato,
mille Buddha non invertiranno la corrente,
il sasso nel mezzo non viene levigato.

Impara dalla cinciallegra.
Cosa vuole poi dire?
Dieci gradi sottozero e tutto il santo giorno
lavora sulla siepe in cerca di un boccone.

In lontananza vedo il mondo, 
nell’angolo, dietro quell’auto,
una musica di grande passione
ammonticchia lo sporco della strada.

Qui o si è soli o differenti.
Guai a chi possiede più parole.
Sono immersi fino al ginocchio nella notte,
il loro libro delle facce pieno di nomi
e di muffa.

Nella stalla sono nati tredici capretti,
Trixy abbaia a un’ombra di bianco.”
Cees Nooteboom – Trixy


Immagine tratta da “Song to Song” di T. Malick

One thought on “Quel momento in cui ci sentiamo così lontani dal mondo (e anche dagli altri)

  1. Così è accaduto per caso che un giorno di questa pandemia anche l’umano più diffidente -ma ancora umano- sentì chiaro il proprio desiderio e lo trasformò in un progetto: costruirsi una piccola comunità di riferimento. Non sapeva come fare ma almeno adesso ne conosceva il valore perché aveva visto con i propri occhi il fondo della solitudine. Improvvisamente cambiò il suo sentire e gli fu chiaro in che direzione andare. Cominciò con la direzione esattamente opposta, per prender fiato da quello spavento. E adesso, un giorno per volta, lavora al suo progetto. Sbagliare non è male se poi trovi la strada giusta e compagni di viaggio con cui percorrerla. Il più è incamminarsi. Poi le cose accadono. Alcune per caso, altre si costruiscono insieme pian piano. Piccoli e fragili come siamo e con la guerra dentro.

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