Sylvia Plath – “Ariel”

Stasi nel buio.
Poi l’insostanziale azzurro
riversarsi di altura e lontananze.

Leonessa di Dio,
come ci compenetriamo,
perno di talloni e ginocchia! – Il solco

si fende e passa, fratello
all’arco bruno
del collo che non posso afferrare,

bacche occhi-di-negro
gettano scuri
uncini—

nere boccate dolci di sangue,
ombre.
Qualcos’altro

mi solleva per l’aria—
Cosce, criniera;
scaglie dai miei talloni.

Bianca
Godiva, mi spoglio—
morte mani, morte costrizioni.

E ora io
schiumo in grano, un luccichio di mari.
Il grido del bambino

si dissolve nel muro.
E io
sono la freccia,

la rugiada che vola
suicida, fatta una con lo slancio
dentro l’occhio

scarlatto, il crogiolo del mattino.

Sylvia Plath
27 ottobre 1962

Una poesia scritta il giorno del suo trentesimo compleanno, dove appare una cavalcata all’alba tra le colline del Devon.
Il paesaggio è fatto solo di particolari, elementi minimali.
Il grido del bambino, irrompe nella scena, a ricordare che il figlio piange nella stanza accanto, metafora della tensione tra donna e madre, tra poesia e quotidianità.
Ariel androgino spirito dell’aria imprigionato nel tronco dalla strega, salvato, ma trattenuto in schiavitù dal mago. Lasciato libero, infine, dagli elementi.

Francesco Urbani
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it

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