Federico dovette forzare la porta dell’appartamento per entrare. Ormai la serratura si era arrugginita per il tempo e la salsedine. Dovette dare uno strappo ed ebbe timore che uno dei cardini avrebbe ceduto.
Già nel disimpegno, da cui si poteva poi accedere al resto dell’appartamento, fu invaso da un odore salmastro. Muffa. Mescolato all’odore del mare. Si ricordò di quando rientrava, di ritorno dalla spiaggia.
Fu solo un attimo. Guardò a destra e cercò il quadro elettrico per poter accendere una luce. Sperando che le tapparelle non fossero rotte e di poter, poi far entrare un d’aria e di sole.
Solo a quel punto chiuse la porta dell’appartamento. L’umidità lo avvolse quasi completamente. Obbligandolo ad andare un cucina.
Rivide il lavello in ceramica, il tavolo dalle gambe in metallo ormai non più lucide, incrostate. Il piano in formica di un rosso che era degli anni 70, forse 80. Il vecchio piano a gas, con la bombola esterna in disuso.
Trovò la porta finestra e uscì sul balcone. Una luce biancastra lo colpì sugli [agli] [negli] occhi, e dovette mettersi una mano davanti per recuperare la vista.
Non ricordava quanto fosse ampio quel terrazzo che dava sulla via principale. Le pareti esterne erano state da poco ritinteggiate, merito dei lavori condominiali da poco eseguiti.
Tra le case, lì davanti, alcune mal tenute come la sua, si vedeva il mare. Non la spiaggia.
Antonella, la sorella maggiore, sarebbe arrivata di lì a poco. Anche lei non tornava in quella casa da almeno 10 anni. Ed oggi, dopo anni di beghe legali, l’avevano definitivamente ereditata.
Si erano dati lì appuntamento per decidere cosa fare.
Venderla?
Federico aveva passato la notte sveglio, pensando a quello che avrebbe voluto. Fin quando l’alba era arrivata ricordandogli che solitamente era più risoluto, ma in questa occasione non sarebbe stato per nulla facile.
La sorella avrebbe, come sempre, voluto decidere per tutti, e l’ennesimo scontro non sarebbe stato evitabile.
Rientrò in casa. Riuscì ad aprire alcune finestre. I quadri erano ancora tutti appesi, ricoperti da una polvere rossiccia, che ne appannava le figure.
La camera che condivideva con Antonella aveva ancora i due lettini singoli, con le coperte di lana che la madre lasciava stese sopra alla fine di ogni estate.
Andò in bagno per sciacquarsi la faccia. Sentiva il naso chiuso, la pelle del viso come ricoperta di una maschera vischiosa. Dal rubinetto , che si aprì solo in parte, uscì un rivolo d’acqua. Stranamente tiepido, giallastro e di un consistenza indefinita.
Federico recuperò un fazzoletto di carta.
Avrebbe fatto una doccia tornato a casa.
Appena girò a sinistra entrò in quella che era la camera da letti dei genitori. Immensa come la ricordava quando era piccolo. Il grande mosaico del pavimento non era mai riuscito a vederlo tutto intero. Dopo che il padre si era ucciso proprio lì la stanza era stata svuotata.
Su un lato, quello dove un tempo era poggiata la spalliera del letto, una parte della carta da parati si era staccata. Penzolando nel vuoto.
Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
urbani@casadinchiostro.it
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