Chi sono gli altri, e quanto ci fanno entrare nelle loro case?
Entriamo a volte senza neanche esserne troppo consapevoli. Invitati oppure intrusi. Interessati oppure un po’ morbosi, invadenti. Più per un nostro bisogno che per sincero interesse.
A volte invece sono gli altri a invitarci, in maniere e modi che possono essere palesi oppure nascosti. Non subdoli. Ma come per una vergogna non ce lo chiedono apertamente. Una specie di pudicizia dell’intimità. Che molte volte permette quell’avvicinarsi, senza concedere troppo spazio alla paura.
Strano racconto quello di Silvio D’Arzo. Così lontano dalle mie letture abituali. Per ritmo, stile, ambientazione. Eppure è qualcosa che ho sentito, e che nessuno può non sentire, così vicino. Cosi prossimo.
Mi ha ricordato quanto i miei vicini, in qualsiasi forma essi lo siano, hanno un grande valore nella mia vita.
Mi ricordano, ci ricordano, tutto quello che tendiamo o che vogliamo dimenticare. Ci obbligano, a volte ferocemente, altre volte delicatamente a confrontarci con noi stessi. Con l’esistenza tutta.
Un libro di una delicatezza necessaria, in un modo che ormai ha fatto della brutalità il suo storytelling. Un libro che pone un interrogativo tremendo, quasi orribile, eppure lo fa con una bellezza disarmanti.
Un libro sul nostro essere disarmati, impotenti. Che nel suo immobilismo forse ci ricorda l’importanza di agire. Forse anche quando sembra che non ve ne sia modo. Eppure un modo, anche infinitamente piccolo, c’è sempre.
Un libro come composto da ombre. Dove il silenzio, ciò che non si dice, ha valore immenso.
E questo per me è importante, mi ha ricordato quanto sia necessario limitare le parole. Non rimproverarmi perché scrivo poco. Trovare l’essenziale. Quindi stare nel silenzio.
Che, ripeto, non significa non agire. Non è affatto un atteggiamento passivo nel nostro essere nel mondo. Anzi.