Ci sono persone che crediamo di conoscere. Le abbiamo incontrate molte volte, abbiamo condiviso con loro anni, abitudini, stanze, viaggi, silenzi. Conosciamo il modo in cui prendono il caffè, le parole che usano quando sono arrabbiate, quelle che ripetono quando sono felici. Sappiamo forse raccontare la loro storia.
Ma quanto conosciamo davvero una persona?
È questa una delle domande che attraversano Tra le nostre parole di Katie Kitamura, pubblicato in Italia con questo titolo ma uscito originariamente come Intimacies. Kitamura, scrittrice statunitense di origini giapponesi, è una figura quasi nomade: vive e lavora tra città e continenti, si sposta continuamente e ha raccontato di non avere, in un senso molto concreto, una casa stabile. Una condizione che sembra trovare un’eco particolare nei suoi libri, abitati da persone che cercano di orientarsi dentro luoghi e relazioni che non sono mai completamente familiari.
Nel romanzo c’è una frase che dice molto di ciò che significa stare accanto a qualcuno senza poterlo mai conoscere completamente:
“Tutto questo pur senza esserci mai detti cos’era successo in quei due mesi. Nello specchietto retrovisore della nostra relazione, quel lasso di tempo sarebbe rimasto un punto cieco, da aggirare con cautela, fino a quando fosse diventato naturale, fino a quando non ce ne saremmo neanche più accorti.”
È il punto cieco a interessarmi.
Perché ogni relazione, forse, ne possiede uno. O più di uno.
Ci sono cose che sappiamo dell’altro e cose che immaginiamo di sapere. Ci sono episodi che abbiamo condiviso e altri che ci sono stati raccontati. Ci sono parole, gesti, confessioni. E poi ci sono lunghi territori sui quali non abbiamo mai messo piede.
Eppure costruiamo ugualmente una persona nella nostra mente. La chiamiamo con un nome e pensiamo di sapere chi sia.
Ma conoscere qualcuno significa forse soltanto costruire una narrazione abbastanza coerente da poterci vivere dentro.
L’intimità non coincide allora con la conoscenza totale. Al contrario, forse nasce proprio dalla consapevolezza che una parte dell’altro ci rimarrà sempre estranea. Possiamo avvicinarci, ascoltare, osservare, condividere. Possiamo persino pensare di conoscere qualcuno meglio di chiunque altro. Ma non possiamo entrare completamente nella sua esperienza.
L’altro rimane, almeno in parte, straniero.
Ed è interessante che lo stesso accada con i luoghi.
Anche i luoghi, infatti, crediamo di conoscerli. Una città nella quale siamo nati. Una casa nella quale abbiamo vissuto per anni. La strada che percorriamo ogni giorno. Il quartiere nel quale sappiamo riconoscere ogni angolo.
Ma quanto conosciamo davvero un luogo?
Conosciamo le sue strade, forse. I negozi, le piazze, gli odori, la luce in una determinata stagione. Conosciamo il tragitto per arrivare a casa. Ma esistono luoghi dentro i luoghi che ci rimangono estranei. Stanze nelle quali non siamo mai entrati, persone che non incontreremo mai, storie che non conosceremo.
Una città può essere contemporaneamente familiare e sconosciuta.
Forse anche per questo la parola casa è così difficile da definire.
È la casa dell’infanzia? Quella nella quale siamo cresciuti, anche se non ci abitiamo più da decenni? È la casa nella quale viviamo oggi? È quella nella quale abbiamo lasciato qualcuno? Oppure è un luogo nel quale non siamo ancora stati?
Ci sono case che non ci appartengono più e che continuano a vivere dentro di noi. E ci sono luoghi nei quali abitiamo senza sentirci veramente a casa.
Forse la domanda “dove abiti?” non coincide affatto con “qual è casa tua?”.
Kitamura sembra suggerire che l’esperienza dell’intimità abbia a che fare proprio con questa ambivalenza: essere vicini a qualcosa o a qualcuno senza poterlo possedere completamente attraverso la conoscenza.
Anche l’amore, allora, può essere pensato così. Non come la progressiva eliminazione del mistero, ma come la capacità di stare accanto a ciò che non comprendiamo fino in fondo.
In ogni relazione esiste qualcosa che non sappiamo. In ogni luogo esiste qualcosa che non vediamo. E forse persino dentro di noi esistono territori nei quali non siamo mai entrati.
Il punto cieco non è necessariamente ciò che rovina una relazione. A volte è ciò che la rende possibile.
Perché se potessimo conoscere completamente l’altro, se potessimo possedere la sua storia, i suoi pensieri, le sue paure e i suoi desideri, forse non ci sarebbe più nessuno da incontrare.
Rimarrebbe soltanto ciò che già sappiamo.
L’intimità, invece, potrebbe essere proprio il contrario: continuare a incontrare qualcuno sapendo che non finiremo mai di conoscerlo.
Come una città nella quale viviamo da anni e nella quale, improvvisamente, imbocchiamo una strada che non avevamo mai visto.
E per un istante ci accorgiamo di essere ancora stranieri.
Forse è proprio lì che comincia la possibilità di sentirci, finalmente, a casa.
Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
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