Il corpo che non si lascia addomesticare

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Sul femminile, sulla libertà e sul diritto di non corrispondere alle aspettative.

C’è qualcosa che il linguaggio non riesce a contenere. Qualcosa che precede le definizioni, sfugge alle categorie e non chiede il permesso di esistere.

Jean Genet, nel Diario del ladro, scrive:

«Giochi erotici rivelano un mondo innominabile che il linguaggio notturno degli amanti rende palese. Un tale linguaggio non si scrive. Lo si sussurra di notte in un orecchio, con voce arrochita. All’alba, lo si dimentica».

Forse è proprio da questo territorio che dovremmo ripartire per parlare del femminile. Non da ciò che gli è stato attribuito, ma da ciò che sente, desidera, intuisce e custodisce. Dal corpo, innanzitutto. Un corpo che non è soltanto immagine da esibire, ruolo da interpretare o spazio da disciplinare. Un corpo che conosce, che ricorda, che parla anche quando le parole non arrivano.

Il femminile non dovrebbe essere una categoria da rispettare, un insieme di caratteristiche da dimostrare o un’identità da rendere riconoscibile agli altri. È anche un’esperienza che attraversa il corpo, la sensibilità, l’intuizione, il desiderio. Una possibilità di abitare il mondo che non deve necessariamente tradursi nelle categorie attraverso cui, storicamente, è stato organizzato il potere.

Alla donna è stato spesso assegnato un ruolo impossibile, una sorta di mosaico di aspettative contraddittorie. Deve essere madre, ma non troppo madre. Femminile, ma non troppo femminile. Ambiziosa, ma senza sacrificare la famiglia. Libera, ma senza disturbare. Se lavora troppo, trascura qualcosa; se lavora poco, non si realizza. Se desidera, deve giustificarsi; se non desidera, deve spiegarsi.

Qualunque cosa faccia, sembra esserci sempre una misura da rispettare.

Ma perché dobbiamo continuamente diventare qualcosa per essere riconosciuti?

Il problema non è soltanto il giudizio sociale. È il modo in cui quel giudizio finisce per essere interiorizzato, fino a trasformarsi in una sorveglianza permanente di se stessi. Impariamo a guardarci con gli occhi degli altri, a correggere i nostri gesti, a contenere il desiderio, a rendere accettabile persino ciò che sentiamo.

Il corpo diventa così il luogo di una continua negoziazione: quanto posso occupare spazio? Quanto posso desiderare? Quanto posso essere diversa da ciò che si aspettano?

Per questo il corpo assume un’importanza fondamentale. Non un corpo idealizzato, addestrato a corrispondere a un’immagine, ma un corpo vivo, imperfetto, sensibile, talvolta contraddittorio. Un corpo che non sempre sa spiegarsi, ma che sa sentire. Che non ha bisogno di essere tradotto continuamente in un linguaggio comprensibile e approvato.

Anche la trasgressione, tuttavia, può rimanere prigioniera dello sguardo da cui vorrebbe liberarsi. Perché anche quando la donna trasgredisce, talvolta è ancora l’orecchio maschile a stabilire il significato della sua trasgressione. Il rischio è che persino la ribellione finisca per prendere forma all’interno delle categorie che vorrebbe superare.

Affermare il femminile, allora, non significa semplicemente rovesciare i rapporti di forza. Non significa sostituire un dominio con un altro, né conquistare il posto di chi ha dominato. Sarebbe soltanto un cambiamento di posizione all’interno dello stesso sistema.

La questione è più radicale: mettere in discussione la necessità stessa del dominio.

E questo non riguarda soltanto le donne. Riguarda tutte le persone che non corrispondono perfettamente allo status che è stato loro assegnato. Chi vive ai margini delle definizioni, chi non si riconosce nelle identità confezionate, chi sente di dover chiedere continuamente il permesso di essere. Riguarda chiunque abbia sperimentato la distanza tra ciò che sente di essere e ciò che gli altri pretendono che sia.

La libertà non può consistere nell’ottenere il riconoscimento di una categoria a condizione di rispettarne le regole. Deve poter comprendere anche il diritto di sottrarsi alle categorie, di modificarle, di attraversarle senza esserne imprigionati.

Affermarsi non significa negare gli altri. Significa smettere di negare se stessi. Non occorre sottomettere qualcuno per non essere sottomessi. Non occorre diventare dominanti per sottrarsi alla condizione di dominati.

Forse il primo gesto di libertà è proprio questo: restituire al corpo la sua voce.

Un corpo non addomesticato, non ridotto a funzione, non costretto a rispondere alle aspettative altrui. Un corpo che sente prima di spiegare, che desidera prima di giustificarsi, che esiste senza dover chiedere autorizzazione.

Perché la libertà non consiste nel diventare padroni di qualcosa o di qualcuno. Consiste, finalmente, nel non essere più proprietà di nessuno.

E forse è proprio lì, in questa possibilità di esistere senza padrone e senza padroneggiarsi continuamente, che comincia una forma diversa di relazione con se stessi e con gli altri.

 

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.casadinchiostro.it

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