Ingeborg Bachmann e Paul Celan – Viaggio al termine della parola

11039415_10206012585859424_1794608172_nCi sono scrittori che hanno tratteggiato la fine di un epoca, come Thomas Mann (I Buddenbrook, La morte a Venezia), altri che ne hanno rappresentato l’inizio come ha fatto Robert Musil con il suo “Uomo senza qualità”.
La Bachmann e Celan hanno invece con la loro poesia, la loro relazione sempre mancata, la loro vita e la loro stessa morte, rappresentato tutto quello che era il mondo dopo la seconda guerra mondiale.
Lo sguardo impietoso e pieno di consapevolezza verso tutto quello che era stato e su quello che era potuto accadere.
Su il punto estremo della mancanza di umanità da parte dell’uomo nei confronti dell’uomo.
Il legame tra queste due personalità così complesse, cariche di uno stile poetico intriso di potenza e dolore, ha messo in scena il senso di profondo smarrimento che l’Europa ha provato davanti al disfacimento che era stato messo in atto durante il conflitto mondiale.
Questi due personaggi che avevano fatto della bellezza della parola la loro ragione di vita, hanno incarnato il sospetto reciproco che ogni persona sentiva di poter avere verso qualsiasi forma di vicinanza.
La loro infinita intimità mai realizzata completamente, la loro continua incomunicabilità, pone il lettore davanti ad una realtà contraddittoria che da un lato lo invita a sentire il piacere della condivisione, dall’altro lo impaurisce ammonendolo sul rischio, sempre imminente, di una “invasione” che il legame con un’altra persona sembrerebbe inevitabilmente comportare.
Invasione non materiale, ma che è perdita della propria individualità e identità, come se il vero senso dell’incontro con l’altro, non fosse la realizzazione di sé, ma lo svanimento di sé.
Come se il perdere qualcosa nell’entrare in rapporto con un altro essere umano, non implicasse un arricchimento, ma una sconfitta. E’ il senso dell’arrendevolezza ad uscirne stravolto, laddove non è più potersi perdere nell’altro, ma dove sempre stare attento all’altro. Nemico e mai vero amante.

Ingeborg Bachmann – “Invocazione all’Orsa Maggiore”
Orsa Maggiore, scendi irsuta notte,
animale dal vello di nuvole
e gli occhi antichi, occhi stellari;
sbucano dall’intrico scintillanti
le tue zampe e gli artigli,
artigli stellari;
vigili custodiamo le greggi,
pur ammaliati da te, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi
e delle zanne aguzze per metà scoperte,
vecchia Orsa.
bachmann1970Una pigna, il vostro mondo.
Voi, le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo,
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine:
lo fiuto, lo tento col muso,
e con le zampe l’abbranco.
Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.
Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.
Paul Celan – “Fuga di Morte”
Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza
r556_b01/02Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Lui grida vangate più a fondo il terreno e voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina e beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco
i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

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