L’atto autolesionistico come confine tra Sé e il Mondo. La Pelle Ferita #4

L’incisione della propria pelle è un modo estremamente concreto per arginare l’angoscia che emerge dall’interno di Sé e che si percepisce come dilagante. E’ una sofferenza che può pervadere l’Io fino a distruggerlo, e tutto questo deve essere evitato ad ogni costo e con ogni mezzo.
In questo senso l’incidere la propria pelle, si erge a estrema barriera difensiva. Una protezione drammatica del proprio nucleo (Vero-Sé) avvertito come profondamente vulnerabile.
Una barriera che evita l’invasione, e quindi evita la perdita di Sé.

L’estremo richiamo alla concretezza, emblema della pelle ferita, ristabilisce innanzitutto un limite, il quale ha sia una funzione protettiva sia una funzione organizzatrice. In quest’ultimo caso è nella direzione di riportare un ordine in cui vi è la possibilità di ritornare all’unità del Sé.
C’è un taglio che elimina qualsiasi fraintendimento, perché definisce con il sangue il confine tra il dentro e il fuori, tra l’Io e il mondo, tra fantasia e realtà.
Tutto in un dramma atroce, e per un tempo che è sempre determinato, in cui la vita torna ad avere un senso, e il Soggetto sente di poter ancora essere attivo. Illusione tragica, per ritornare, anche se solo momentaneamente all’esistenza.
Soggetto-gesto-azione che non ha l’illusiorio sentimento di non subire l’invasione del dolore, ma bensì lo provoca, in un rituale drammatico che però fornisce un senso ad una sofferenza che in precedenza sembrava incontrollabile e ineluttabile.

Se l’incisione, l’automutilazione, o il danno vengono visti (riconosciuti) dal mondo attorno, allora questo permette all’atto autolesivo di diventare “elemento organizzatore di senso”. Si ritorna da una condizione di totale solitudine (soli con, e nel, proprio corpo), ad una condizione relazionale (corpo tra i corpi).
Il corpo diventa “oggetto di cura”, e questo permette (anche se in una condizione particolare) alla persona, di tornare a “sentirsi” soggetto.

In questa dinamica, seppur in modo perverso, la persona trova una nuova forma di conforto, anche se con un dolore “trasposto”. Però tutto questo permette di salvare l’esistenza dalla disintegrazione.

Il rito privato ha permesso un ritorno al mondo. Ritrovare un posto-luogo relazionale-esistenziale.
Si è ristabilito un ordine tra dentro e fuori.
Il mondo è elemento che ritorna ad essere “pensabile” e la persona sente di essere “pensato”.
Anche se questo deve essere condizione iniziale del cambiamento, e di presa in cura, altrimenti tutto resta solo “anestesia” della sofferenza. Elemento, quindi, temporalmente transitorio.

Francesco Urbani
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it

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