Ci sono persone con cui possiamo stare senza dover dire niente.
Non perché non abbiamo niente da raccontare.
Non perché ci siamo già detti tutto.
Semplicemente, perché con loro non sentiamo il bisogno di riempire ogni spazio.
Possiamo sederci accanto, bere un caffè, guardare fuori dalla finestra. Possiamo camminare per una strada che conosciamo già, ascoltare una canzone, fare la spesa, aspettare un treno.
E nel frattempo non succede niente di particolare.
Eppure succede qualcosa.
Forse una delle forme più semplici della vicinanza è proprio questa: poter stare insieme senza dover continuamente dimostrare che quello stare insieme ha un significato.
Abbiamo imparato a pensare all’intimità soprattutto attraverso le parole.
Ci raccontiamo. Ci confidiamo. Diciamo ciò che proviamo. Cerchiamo di farci conoscere dall’altro e, nello stesso tempo, di conoscere l’altro sempre più profondamente.
È una cosa bella.
C’è qualcosa di prezioso nel momento in cui una persona decide di mostrarci una parte di sé che normalmente tiene nascosta. Una paura, un desiderio, una vergogna, un ricordo.
Ma forse l’intimità non è soltanto questo.
Forse esiste anche una vicinanza che non ha bisogno di essere spiegata.
Una vicinanza che non chiede continuamente: cosa senti? cosa pensi? cosa significa per te?
Una vicinanza che, per un po’, ci lascia semplicemente essere.
Penso a quelle persone con cui possiamo dire delle sciocchezze.
Non dobbiamo necessariamente avere una conversazione memorabile. Possiamo commentare qualcosa che passa per strada, lamentarci del tempo, raccontare una cosa completamente inutile.
Possiamo ridere senza una ragione precisa.
E forse anche questo dice qualcosa dell’intimità.
Perché quando siamo davvero a nostro agio con qualcuno, non abbiamo sempre bisogno di essere interessanti.
Possiamo essere anche un po’ stupidi.
Possiamo fare una battuta pessima. Possiamo cambiare argomento senza averlo concluso. Possiamo dire una cosa e subito dopo dimenticarcene.
Possiamo perfino annoiarci insieme.
Ed è curioso: siamo spesso molto preoccupati di non annoiare l’altro, come se ogni incontro dovesse produrre qualcosa.
Una conversazione interessante.
Un’emozione.
Una scoperta.
Un momento da ricordare.
Come se anche stare insieme dovesse essere una piccola esperienza da consumare.
E invece ci sono giornate in cui la cosa più bella che può accadere è proprio che non accada niente.
Forse è per questo che alcune delle persone più importanti della nostra vita non sono necessariamente quelle con cui abbiamo avuto le conversazioni più profonde.
Sono quelle con cui possiamo stare bene anche quando non abbiamo niente da dire.
Quelle con cui possiamo prendere una strada senza sapere esattamente dove porta.
Quelle a cui possiamo mandare una fotografia senza spiegazione.
Quelle con cui possiamo sederci su una panchina e guardare passare le persone.
Quelle con cui possiamo condividere perfino il silenzio senza domandarci se quel silenzio significhi qualcosa.
È una forma di fiducia molto particolare.
Perché nel silenzio non possiamo controllare completamente ciò che l’altro pensa di noi.
Non possiamo affascinarlo con le parole, convincerlo, intrattenerlo.
Dobbiamo semplicemente esserci.
E lasciare che anche l’altro sia lì.
C’è poi qualcosa di ancora più bello.
Quando siamo molto vicini a qualcuno, possiamo permetterci di non essere sempre rivolti verso di lui.
Possiamo stare uno accanto all’altro guardando nella stessa direzione.
È una piccola differenza, ma forse non è così piccola.
A volte pensiamo alla relazione come a due persone che si guardano continuamente.
Io guardo te.
Tu guardi me.
Ci raccontiamo, ci osserviamo, ci interpretiamo.
Perché c’è un’altra possibilità: io e te guardiamo qualcosa insieme.
Guardiamo assieme…
Un tramonto.
Una partita.
Una strada.
Il mare.
Un bambino che gioca.
Una vecchia fotografia.
E per qualche momento il centro non siamo noi.
È qualcosa che sta fuori da noi e che, proprio per questo, possiamo condividere.
Forse anche questa è intimità.
Non entrare continuamente l’uno nell’altro, ma avere un luogo comune in cui stare.
Ci sono persone con cui possiamo perfino essere distratti.
Non dobbiamo ascoltare ogni parola con la massima attenzione. Possiamo perdere un pezzo della conversazione perché stiamo pensando ad altro.
Possiamo dire: «Aspetta, cosa stavi dicendo?»
E ricominciare.
Non c’è quella paura di perdere qualcosa di essenziale.
Perché sappiamo che non tutto deve essere trattenuto.
Questa forse è una cosa che facciamo fatica ad accettare nelle relazioni: non tutto deve essere importante.
Non ogni momento deve diventare un ricordo.
Non ogni frase deve rivelare qualcosa.
Non ogni silenzio deve nascondere un problema.
Non ogni incontro deve portarci più vicini.
A volte siamo già abbastanza vicini.
E possiamo semplicemente stare lì.
Mi piace pensare che una relazione capace di sopportare la leggerezza sia una relazione forte.
Perché la leggerezza non è il contrario della profondità.
È ciò che permette alla profondità di non diventare una prigione.
Se ogni volta che incontriamo qualcuno dobbiamo arrivare al suo centro, se dobbiamo sapere cosa prova, cosa pensa, cosa desidera, cosa teme, finiamo per trasformare anche la vicinanza in una forma di interrogatorio.
L’altro rischia di non avere più un luogo in cui semplicemente stare.
E forse voler bene a qualcuno significa anche lasciargli questo spazio.
Il diritto di non spiegarsi.
Il diritto di essere stanco.
Il diritto di avere una giornata vuota.
Il diritto di non avere una risposta.
Il diritto, qualche volta, di non essere profondo.
Forse ci sono persone che diventano casa proprio per questo.
Non perché con loro possiamo raccontare tutto.
Ma perché con loro non dobbiamo raccontare niente.
Possiamo arrivare con una giornata storta e non doverla immediatamente trasformare in un discorso.
Possiamo essere allegri senza dover spiegare perché.
Possiamo tacere senza che il silenzio venga interpretato.
Possiamo stare sul divano, ognuno immerso nelle proprie cose, e sentire comunque di essere insieme.
È una forma di vicinanza molto discreta.
Non fa rumore.
Non produce grandi dichiarazioni.
Non ha bisogno di fotografie.
Ma forse è una delle forme più gentili dell’intimità.
Perché dice:
puoi essere qui senza dover fare niente.
E forse, in fondo, è proprio questo che cerchiamo quando cerchiamo l’altro.
Non qualcuno che ci chieda continuamente di mostrarci.
Ma qualcuno accanto al quale, ogni tanto, possiamo smettere di farlo.
Qualcuno con cui possiamo ridere.
Bere un caffè.
Guardare fuori dalla finestra.
Non avere niente da dire.
E stare bene lo stesso.
Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
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