Dominio e Sottomissione: una lettura delle perversioni in Masud R. Khan

Dobbiamo innanzitutto partire dal presupposto che nelle perversioni l’oggetto occupa un posto intermedio. Tale oggetto è, infatti, in parte reale (ed è quindi regolato dalle norme della realtà), e in parte è creato dalla mente dell’individuo (e quindi è regolato dalle norme della soggettività).

Nella persona-soggetto che attua la perversione vi è una incapacità di riconoscere le emozioni che abitano all’interno della relazione con l’altro. E questo sia negli aspetti reali sia in quelli soggettivi.
È in questo elemento che risiede la motivazione della “tecnica dell’intimità”, utilizzata dall’individuo perverso.
Proprio per il tramite di questa “tecnica” il soggetto comunica a se stesso, e contemporaneamente annuncia all’altro, la propria natura più profonda.
Il fatto, in questo passaggio, che ad essere usato sia il corpo è riferibile ad una sostanziale crisi di identità.

Nell’uso della “tecnica dell’intimità” il tentativo è quello di sedurre e far cooperare l’altro, e al fine di ottenere ciò, il soggetto, crea ad arte un clima emotivo che sollecita la volontaria partecipazione.
In questo stato/clima l’altro sospende, seppur momentaneamente, colpa e vergogna.

In questa fase del processo l’identità dei soggetti perde completamente il senso dei confini, con la conseguente apertura ad una peculiare intimità-corporea, atta alla soddisfazione dei desideri. Ma il soggetto non perde totalmente il controllo, e ciò ne costituisce nel contempo il successo e il fallimento.
Questo paradosso genera la necessità di ripetere all’infinito il processo stesso.

L’abbandonarsi completo è vissuto solo indirettamente, ovvero tramite l’altro. Non è quindi mai vissuto come esperienza diretta.
Il soggetto è fatalmente escluso da quello che lui stesso ha creato, pertanto dal suo desiderio a restare è solo un soggetto incompleto.

L’aver creato una situazione che ha portato l’altro a stare al suo gioco, fa sentire il soggetto estremamente potente, lasciandolo però al termine del gioco solo, insoddisfatto e carico d’invidia.

In questo circuito relazionale, l’uso eccessivo della “confessione” ha, nei confronti dell’altro, funzione onirica e allucinatoria, ed è uno degli elementi fondanti la “tecnica dell’intimità”.
È così che si porta l’altro ad essere un collaboratore volontario.
L’altro da parte sua non sarà però che un complice parziale, perché aiuterà a mettere in atto il tema, senza però incontrare mai i veri bisogni del soggetto.

Da qui il ripetere ossessivo della “tecnica”, fatto che non conduce mai ad una soluzione, ma solo ad un tragico affinamento della stessa. Questo porta ad una continua frustrazione del soggetto, che se da una parte idealizzerà le proprie capacità seduttive, dall’altro vedrà introdotti nel suo pensiero forti elementi persecutori.

Francesco Urbani
www.francescourbani.it
urbani@casadinchiostro.it

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