Fine di una relazione, ma non dell’amore

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A volte le relazioni terminano sulla base di esperienze spiacevoli come un tradimento, o perché non si riesce in alcun modo a superare le incomprensioni, oppure perché la conflittualità è eccessiva ed i momenti felici sono troppo pochi rispetto ai momenti di sofferenza.
Allora, in queste condizioni come in altre, si chiude un rapporto. E questo non a causa della fine degli affetti, o la fine dell’amore, ma per porre fine ad una fase prolungata di sofferenza che non si riesce a superare in nessun modo.

Eppure l’affetto non è finito, e questo determina in queste conclusioni, un dolore ancora maggiore, che ancor più le avvicina alla sensazione di “lutto”. Quando perdiamo, cioè, una persona perché la vita ha fatto il suo corso, o perché la vita può essere molto ingiusta.

Questo “Amore”, però, quale percorso ha dentro le persone che si sono separate? Dato che non può più “navigare tra di loro”, ma risiede totalmente nell’individualità del singolo, che è senza più un “noi”?

Resta sospeso, a volte in modo evidente, a volte in modo molto latente, ma non per questo meno doloroso e complesso.
Qualcosa di non completamente risolto inizia ad abitare la persona, creando una serie di “detriti” che possono assumere le forme più disparate, ma che sempre avranno in comune la “sospensione”. Il sneso di qualcosa di non completamente risolto.
È come se, al di là che fosse giusta o fosse sbagliata, la fine della storia manchi della scrittura del finale. Di una spiegazione che sia banale termine, ma orizzonte di senso che “ciò che è stato”.

Nessuno può dire cosa sia più giusto fare in queste situazioni, ma resta essenziale averne sempre coscienza, e non lasciare questa “voce della sospensione” all’interno di un’ombra che non gli può mai rendere giustizia
Una “voce” che se lasciata a se stessa può, non solo alterare la memoria di quello che fu, ma influenzare negativamente il futuro, inquinando le relazioni presenti e future. Alterandole con spazi che invitano l’individuo a non donarsi completamente al “noi”, ma a far restare in disparte propri “spazi”, per potersi tutelare da separazioni potenziali. Più immaginate nella paura, che possibili nella realtà.

Affrontare queste “voci” può dar invece luogo ad un dialogo importante, magari anche doloroso, ma che è spazio di crescita personale e relazionale. Dove la persona apprende le proprie risorse, le proprie capacità e una creatività più forte, per affrontare le difficoltà che l’incontro con l’altro sempre comporta.

Francesco Urbani
www.francescourbani.it
urbani@casadinchiostro.it

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