Ora che abbiamo tempo, perché non riusciamo a sfruttarlo come vorremmo?

Molti hanno pensato di utilizzare questo tempo sospeso, dove si resta in casa e si è impossibilitati ad uscire e vedere gli altri, per poter fare delle cose che in un periodo normale non si aveva il tempo di fare.

Quello di cui molti si sono accorti però, è che si riescono a fare delle attività pratiche, come pulire la casa, rimettere in ordine la cantina e le librerie. Mentre le attività intellettuali, come il leggere e lo scrivere risultano spesso improduttive.

Perché questo?

Dobbiamo innanzitutto dire che c’è un fraintendimento di fondo, tra quello che viene definito un tempo sospeso e invece è un tempo dell’attesa.

Nel tempo sospeso tutto viene al momento fermato per poi riprendere come prima. Nel tempo dell’attesa invece ci sono due variabili che la nostra mente non conosce e che la tengono imbrigliata.

Ed è un imbrigliamento soprattutto di carattere emotivo oltre che cognitivo.

La prima variabile consiste nel non sapere quanto tutto questo finirà e la seconda nel non sapere “come” finirà. Ovvero sapere quale sarà la differenza tra il prima e il dopo.

Si attraversa quindi un passaggio tra un come il mondo e la propria vita era prima, e su come sarà dopo.

E qui la nostra mente può imbrigliarsi, nonostante il sano tentativo auto-rassicurante “andrà tutto bene”. Perché ciò che facciamo oggi non sappiamo più se appartiene al mondo passato (che abbiamo paura di perdere) o se apparterrà al futuro (che non conosciamo e che temiamo).

È come se avessimo in mano dell’acqua, ma non avessimo i contenitori. È in travaso che toglie energie mentali e le disperde perché dobbiamo tollerare un’attesa molto gravosa.

La mente è rapita nell’anticipazione e nella speranza, che ciò che verrà dopo non sia doloroso, che il pericolo passi e resti solo un brutto ricordo. Ma nel contempo la mente ha paura del dolore e di una catastrofe che sente di non poter escludere.

L’individuo si sente solo, anche se insieme agli altri che però vivono la sua stessa condizione. Questo toglie molto alla sensazione di solitudine, ma però rapisce emotivamente.

La mente e gli affetti creano una “membrana protettiva” tra sé e quel che sarà. E questo toglie energie intellettuali ed emotive, perché vengono utilizzate per tollerare questa attesa di cui non si conosce la durata.

La sofferenza si muove tra il “toccare” il reale e il negarlo, Andare oltre. Tra paura e speranza.

Tutto questo attendere, questo essere fiduciosi e darsi da fare restando immobili a casa, fa si che la mente difficilmente tenga la possibilità di avviare proficuamente attività intellettuali.

Anche per questo i libri che confidavamo di leggere, spesso non riusciamo neanche a toccarli.

 

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore

urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.casadinchiostro.it

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