Immagini improvvise e impreviste. Affiorano e emergono. Appaiono scomposte, caotiche. Oltraggiando quelle presenti.
L’eleganza e il reale strappate via. Nell’irruzione di immagini mostruose.
Fantasmi si materializzano passando dalla fantasia alla possibilità del vero e del concreto.
Ghigni, braccia deformi, corpi deturpati invadono la scena. Sfigurano quello che era e che ora non è più. Appare l’attentato al sogno, all’essersi abbandonati alla debolezza. La fragilità è trattata con violenza. Termina così lo spazio della tenerezza.
La violenza.
La violenza degli accadimenti. La realtà stuprata in assenza di dialogo.
Fantasmi arrivano e dominano. Sottomettono, come negando ogni forma di umanità. Ogni forma di vitalità.
È l’assalto, invasione del “Grande Soffocatore”.
Inizialmente l’angoscia è legata al sentire del balzo. Un essere schiacciato da un peso insostenibile.
Impossibilitata a muoversi la realtà diventa vittima. E quel che sembrava controllare, subisce un controllo che è coercizione.
La voce è strozzata, non muta. Il silenzio è rotto da frammenti di paura.
Qualsiasi incontro è degradato in stupro, e invasione dell’altro. Sovrapposizione e dominio demoniaco.
Streghe cannibali si muovono nell’aria. Saturandola della loro presenza. E la carne è lacerata, preda di avvoltoi invisibili. Oscure presenze, intangibili e potenti.
Anime nere si materializzano. Vivide. Accompagnate dalla sensazione di una allucinazione ipnotica. La realtà come già conosciuta diventa inesistente.
Presente soltanto nel suo essere frammentata. Frantumi.
Immagine del racconto di una possibile follia futura, come di impossibile ritorno al conosciuto. Fiaba macabra. Ormai alterata e violentata.
Incubo messaggero. Da attraversare anche nel suo essere non-vita.
Altro, alterata. Distanza deforme e difforme.
Presente impregnato dello spirito della vendetta. La colpa e l’annunciata rovina.
Ai lati si sparge un sangue anonimo e proprio.
Male interiore.
E lo spazio intermedio è nel fondo dell’anima. Colpevole, vittima del suo essere stato carnefice. Le assenze di responsabilità o tenerezza. La pena massima, quella dell’angoscia nell’attesa. In spazi incondivisibili.
Oracoli di tempesta, a segnare i figli davanti una giuria di anime nere e di lupi.
È il turbamento del sospetto che non può cessare essendo senza tempo. Essendo stato sempre presente.
Navigano lontano le innocenze. Cacciate abusive.
Il destino muta dentro di sé nel tormento terribile di scelte dimenticate, odio e rimorso si rincorrono a morsi, lasciando ai lati i resti della tragedia.
Ombre, fiamme. Colpe e paure.
Gli Dei non sognano e Crono dorme. La tranquillità apparente sopra la ferocia che racconta, narra, si fa oracolo…

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore

urbani@casadinchiostro.it

www.francescourbani.it

www.casadinchiostro.it

 

Immagine - Goya "Pitture Nere"

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