Psicologia dell’Autolesionismo (La Pelle Ferita #2)

Autolesionismo-RadioKafka-UrbaniIndubbiamente la nostra identità è anche legata al nostro corpo che, anche se il discorso è sicuramente più complesso, determina i confini del nostro Io, e lo contiene. Delimitando inoltre dove “terminiamo” e dove “inizia” il mondo. L’Altro.
Tutto questo, ovviamente non può essere che un discorso importante ma parziale, perché è indubbio che l’Altro possiamo essere noi stessi, e quindi abitare all’interno del nostro corpo.

L’individuo però può arrivare a percepire il proprio corpo come “Altro”, come qualcosa cioè che non gli appartiene e che addirittura risulta essere “estraneo”. Il corpo, in questa dimensione diventa un elemento “prossimo” (qualcosa che è vicino ma non appartiene), e con il quale è costretto ad una “coabitazione” forzata.

In questi casi può inserirsi la pratica dell’autolesionismo, che arriva a significare un vero e proprio “tagliarsi via”.
Un modo per “estirpare da sé” un elemento (appunto il corpo) percepito come estraneo o fastidioso. Qualcosa di totalmente insopportabile e che non viene assolutamente riconosciuto come elemento che fa parte integrante di sé (e del Sé).

Questa dinamica, drammatica ed emblematica, arriva inoltre ad un terribile paradosso, per il quale più si cerca di allontanare e far scomparire il corpo, più questi diventa intrecciato all’Io della persona coinvolta.

Si tenta di recuperare il controllo su un corpo percepito come un peso, e come un estraneo fastidioso. E’ il tentativo, sempre fallimentare, di “ripulire” e “purificare” il corpo, sentito come sporco e come qualcosa che può solo portare alla colpa e alla vergogna.

Si cerca di dominare la fisiologia della propria natura, che si sente sempre inafferrabile e sfuggevole, e sempre fuori dal controllo della propria volontà. Il “lasciarsi andare” è impossibile, e solo una pratica di “recupero del controllo totale” sul corpo, crea un po’ di sollievo dal perdurante senso di angoscia.
Senso di angoscia che riemerge appena le pratiche autolesionistiche volgono al termine del rituale, oppure appena terminano. Generando quindi la sofferenza che finirà per provocarle nuovamente.

Il dolore, del rituale, solo apparentemente è godimento, e se lo è, è solo per pochi istanti, in quanto riappare ancor più forte il dolore che crea il bisogno di ri-allontanarsi dal proprio corpo. Tramite quelle “lacerazioni” che sono in simbolico “tagliare il legame con il corpo”.

E’ la fusione con il proprio corpo, che finisce con il far sentire invasi e controllati da chi si vorrebbe controllare, in un gioco di sottomissione-dominio con se stessi, dal quale non si può uscire che sconfitti.

La personalità, in questo quadro, risulta avere limiti indefiniti e diffusi, dove regna la confusione tra il dentro e il fuori su tutti gli aspetti, in particolare quelli relazionali.
Sono persone che facilmente si sentono soffocare, ma che restano iper-sensibili ad ogni allontanamento che finiscono subito per percepire come abbandono.
Persone, spessissimo adolescenti, che si sentono prigionieri di se stessi e che cercano di immobilizzare un corpo che sentono mutevole e fonte di ansie (interne ed esterne).
Si sentono sopraffatti da se stessi, e nel contempo vulnerabili al giudizio degli altri.

E’ la paura del crollo, che violentemente si presenta sotto forma di de-realizzazione, con la disperazione di chi finisce per andare contro se stesso, alla ricerca di un approdo primario (quello della pelle).

La carne, in questi gesti, è lacerata perché vi è un disperato richiamo all’ordine, che però è intriso di dolore e rabbia. Si cerca una continuità, creando però soltanto più confusione.

Francesco Urbani
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it 

Vedi anche “La Pelle Ferita: Richieste d’aiuto nell’autolesionismo

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