Al fianco di una radice. Quel che vogliamo vedere, e quel che l’altro realmente è.

A cosa ci avvicina la conoscenza? A cosa non riesce mai, fino in fondo ad arrivare?
La conoscenza resta innanzitutto un punto di domanda, che si fa sguardo lanciato in lontananza. Davanti a noi, nel futuro. Dietro di noi nel passato, oppure al nostro fianco. Nel presente.

In ogni modo, la conoscenza è uno spostamento da Sé, verso qualcosa che è più o meno distante.
Non bisogna però dimenticare che questo sguardo, proprio perché ci appartiene, ha la naturale tendenza a tornare verso di noi. E quel che è importante fare, sta nel prestare attenzione se il “ritorno di questo sguardo” è sincero oppure no.

Per sincero intendo dire che lo sguardo ha “catturato” qualcosa, ed è quindi portatore di conoscenza. Il suo ritorno, in questo caso, è un ritorno positivo e “sconvolgente” perché quel che viene portato è destinato a “smuovere” gli equilibri personali.

La conoscenza, d’altronde, è sempre scomoda, ed è sempre la capacità di accogliere lo sconosciuto e l’imprevisto.

Ben altro discorso è quando lo “sguardo” torna a noi, non dopo un processo conoscitivo e trasformativo, ma semplicemente nel tentativo di ripristinare la condizione precedente (il mantenimento dello status quo).

Questa falsa conoscenza, si basa non su l’ascolto di quel che lo sguardo ha come oggetto di scoperta, ma bensì sull’uso di meccanismi di “preconcetto” e “pregiudizio” che altro non sono che un modo per “non conoscere” e non apportare modifiche a se stessi.
Come se fosse un operazione che dica “Il mondo lo conosco e so come funziona, quindi non devo far altro che comportarmi come già so, e tutto andrà come deve andare”.

Il mondo invece è ben altra cosa. E rapportarsi con esso, non è semplicemente esplorarlo, ma viverlo entrando in armonia e sentendosi un elemento di esso.
E proprio in qualità di elemento bisogna pensarsi sempre come modificabili e modificanti, in un continuo movimento di influenze reciproche in cui è sempre complicato capire chi modifica e chi è modificato. Anche perché ogni volta che una esperienza ci modifica, noi stiamo già modificando l’esperienza stessa. Non solo nella sua narrazione, che già sarebbe elemento di trasformazione importante, ma anche nella sua fenomenologia. Dato che quell’esperienza, all’inizio si basava su uno o più soggetti, che al termine della stessa sono già mutati.

Francesco Urbani
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.radiokafka.it

Eppure vi conoscevo meglio
Di quanto mai abbia conosciuto gli uomini,
Il Silenzio dell’Etere ho inteso,
Mai le parole dell’uomo.

Mi educò il suono armonioso
del bosco frusciante
E ad amare imparai
Tra i fiori.

Crebbi tra le braccia degli Dei.

Friedrich Holderlin

Nell'immagine "Sebastiao Salgado"

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