Restare umani in un mondo di dati di fatto

Oggi quando si parla dei “dati di fatto” lo si fa principalmente per intimidire. Come fosse una minaccia.
Le persone sono chiamate a essere costantemente preoccupate dei “dati di fatto”. E a questi devono rispondere.
D’altronde rispetto ai “dati di fatto”, non si può nulla, perché ci vincolano e finiscono per essere la “legge”.

In questo senso abbiamo a che fare con molti “dati di fatto” (sempre di più, e sempre più crescenti) verso cui sentiamo di non poter far nulla, se non quello di accettare questa condizione. A volte anche in modo estremamente passivo.

Qui risiedono però alcune domande, il “dato di fatto” è veramente qualcosa che sempre risulta “imposto”? Veramente non è mai qualcosa di scoperto o incontrato?
Il “dato di fatto” va unicamente accettato oppure ci si può muovere attorno a esso in modi diversi? Può essere considerato una invenzione?

Dobbiamo sempre partire dal punto che “conoscere il mondo” implica uno spazio vuoto, che in qualche modo cerchiamo di colmare, proprio con la conoscenza. E che di conseguenza la “realtà” è sempre non-completa, mentre quando abbiamo a che fare con i “dati di fatto” sembra che si abbia a che fare con qualcosa di “monolitico”. Un blocco unico che in qualità di esseri umani possiamo unicamente prendere atto della sua esistenza.

Qui si viene a formare però un “corto circuito” interessante, perché da un lato la conoscenza del mondo implica uno spazio (il mondo è un luogo pieno di spazi vuoti che l’uomo cerca di colmare anche con la sua soggettività), dall’altro abbiamo sempre più a che fare con “dati di fatto” che invece chiedono all’uomo una passiva accettazione della situazione.

Ciò che questo corto circuito è venuto a creare è però non un dialogo fra conoscenza e realtà, ma bensì una polarizzazione delle posizioni.
Da un lato vi è una visione che possiamo definire “onnipotentistica” (se non addirittura narcisistica) dove l’uomo crea la realtà e sente di poterla plasmare a proprio piacimento (come in una sorta di identificazione con Dio), dall’altro lato c’è una porzione di persone che sente di doversi sottomettere sistematicamente alla realtà (identificazione con il suddito di un Dio onnipotente).

Senza entrare nella visione di Simone Weil, la quale diceva che l’esistenza di Dio è l’esistenza dell’assenza di Dio. Un spazio cioè dove l’uomo (anche in presenza di Dio) è comunque solo davanti ai meccanismi del mondo (facendone parte). Resta qui da dire che quello che è venuto meno è la riflessione sul “reale”. Su quanto questo sia sempre il frutto dell’incontro tra un “dato di fatto” e la “soggettività umana”.

Resta quindi da riprendere quella porzione di realtà che appartiene all’essere umano, sapendo cedere quella porzione di realtà che invece appartiene al dato di fatto.

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
Cerchi nella notte – Il libro
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.casadinchiostro.it

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