Il bambino inascoltato dal padre

padre e figlio int1Utilizzando la “Lettera al padre” di Franz Kafka, iniziamo una serie di riflessioni sul legame tra Padri e Figli, e sulle possibili costellazioni relazionali, e affettive, che si possono creare e costruire.
Partendo con un’approfondimento tra quello che è l’atteggiamento che alcuni padri hanno nei confronti dei bambini, e quello che scrive Kafka al proprio padre nel primo capoverso della lettera, da subito si evince quanto sia facile trovarsi di fronte ad un padre che chiede al figlio di non provare, nei suoi confronti, un determinato sentimento che è stato lui stesso, però, a provocare.
Proprio tale sentimento, tuttavia, impedisce al figlio di spiegarsi davanti (e direttamente) a tale padre.

Ora, per noi è importante, già prima di affrontare il tema “paura del padre”, non sottovalutare quello specifico passaggio in cui a volte i genitori si trovano a chiedere ai propri figli, di non provare un sentimento che loro stessi hanno generato.
Oppure, l’altro passaggio, in cui i genitori, davanti a loro specifiche azioni, vorrebbero addirittura che il figlio provasse un’altra sensazione, rispetto quella che realmente prova. Una sensazione che il padre può tollerare (o addirittura gradire) che il figlio provi.
(Come se il bambino dovesse percepire con la soggettività affettiva del genitore, e non con la propria).

Ad esempio vi può essere un genitore che in modo improvviso, ma non infrequente, abbia attacchi d’ira, che esprime alzando la voce in modo importante. E che questo comportamento, magari, lo declini davanti al figlio di soli 5 anni.
Tale atteggiamento comporterà, con abbondanti probabilità, uno stato di paura quasi costante, nel bambino, dato che sarà portato a “credere” che le esplosioni di rabbia possano arrivare in qualsiasi momento, assolutamente in modo imprevisto. E questa totale assenza di prevedibilità, rende la paura ancora più stabile, tanto da poter regredire solo dopo che il bambino abbia esperito dal padre, un durevole (e costante) cambiamento del comportamento.

Ora, ciò che viene alla luce, già dalle prime righe della “Lettera al padre” di Kafka, è che a volte (e neanche troppo infrequentemente) il genitore cerca di “correggere” il sentimento che ha generato nel figlio, non mediante il cambiamento del proprio comportamento, ma mediante il cambiamento della percezione emotiva che il bambino ha degli eventi.
Il meccanismo, in parole semplici, diventa: “Non sono io che devo cambiare, ma tu devi dimostrare di essere alla mia altezza, percependo quello che senti in un modo che sia più comodo per me (o che sia a me gradito)”.

In questi casi, quello che avviene è anche un fenomeno di natura secondaria, ma non per questo meno dannosa. Il bambino non solo, infatti, è messo nella condizione di non vedere legittimato il proprio sentire emotivo, ma si trova anche in una condizione di svalutazione.
Il bambino è sotto scacco!
Questo figlio ha unicamente due possibilità, da un lato può avere l’approvazione del genitore, ma per ottenerla deve negare (o quantomeno tacere) un proprio sentimento, dall’altro può invece restare fedele al proprio sentire, ma con la conseguente disapprovazione da parte del padre.

In entrambe le situazioni, sia che scelga di andare incontro al padre, sia che scelga di andare incontro a se stesso (sempre che di scelta si possa veramente parlare), avremo un bambino che non avrà avuto modo di sentire accolto il proprio mondo emotivo.
Saremo davanti ad un figlio che avrà la chiara percezione di vivere in un mondo che non ascolta la sua parola, creando in lui l’idea che non saprà mai veramente spiegarsi davanti all’altro.

Francesco Urbani
www.francescourbani.it

 

Questo articolo parte da una riflessione sul capoverso 1 di “Lettera al Padre” di Franz Kafka,
qui l’articolo successivo sui capoversi 2 e 3

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