Oltre il Recinto. Riflessioni sul gioco, la perdita, la vita e un delicato senso di intima estraneità

Eppure continuiamo a cantare. Nonostante tutto.
Nonostante ci possa sembrare che la vita proprio non ce lo conceda. Che non ci dica mai di farlo. Anzi ci inviti continuamente a smettere.
Ci inviti, neanche troppo delicatamente, a tenere lo sguardo basso e dritto. Su quell’unica direzione, spesso legata più al dovere che al piacere.

Eppure qualcosa, spesso indefinibile e che tale andrebbe sempre lasciata, ci invita la gioco. Ad uno sguardo che non conosce direzione alcuna, ma che vaga nei luoghi e nel tempo. Senza una meta precisa, se non il piacere, se non la conoscenza. Senza un obiettivo, ma solo per il semplice gusto. Per avvicinarsi a quel senso di nutrimento di cui sentiamo essere il mondo pieno.
Viviamo spesso un mondo a metà (anzi a volte lo viviamo molto meno).
E questo accade per i motivi più disparati. Spesso personali, a volte più generali.
Quell’incoscienza della gioventù lascia uno spazio troppo grande al giudizio e al raziocinio. E a perdersi è molto. Molto di noi.

Vogliamo continuare a cantare.
Nonostante tutto quello che ci hanno detto e che ci hanno fatto.
Nonostante le volte che ci è stato intimato di smettere, che ci è stato ricordato che “dovevamo” fare altro.
Nonostante le persone che se ne sono andate (alcune perché volevano, altre che non lo avrebbero mai fatto se avessero potuto scegliere). Ma come diceva una poetessa “Noi che dell’estraneità eravamo degne rappresentati”. Ecco quello che penso è che dobbiamo essere “estranei” a chi ci “conforma” nella vita. Estranei a chi non vuole farci giocare. A chi ogni giorno ci chiede di perdere i nostri colori, per poterci obbligare (silenziosamente) all’uso di pochi (e spesso sbiaditi) colori di scarsissima qualità.
Ci macchieremo, e non puliremo i nostri vestiti. Porteremo quei segni come medaglie delle nostre battaglie nella conquista della vita. E lo faremo anche per chi non potrà più esserci. Per chi, così giovane, ha lasciato tutta la sua vitalità nelle nostre mani.

La nostra libertà è, e resterà, la sua eredità. Il ricordo indelebile, che coloreremo ogni volta che faremo quel che più di realizza. Ogni volta che non saremo omologati.
Ogni volta che leggeremo un libro che non sta leggendo nessuno. Che vedremo un film con cui sarà impossibile intrattenere una discussione. Ogni volta che saremo estranei a tutto quello che già è.
A quello che se ne sta lì. E che tutti fanno.

Ascolteremo il silenzio di chi è andato via. Le poesie di chi la ricorda e ne trattiene la storia. La nostra memoria che è progetto per il futuro.
Ci faremo sgridare, come eterni rimproverati, per non aver fatto i compiti. Per non avere nulla di garantito. Perché ammetteremo sempre di aver paura.
Paura di tutto, della vita, della morte, di farci male, di rimanere soli. Di essere soli. Eppure di giocare. Di non appartenere.
In quella solitudine che, come diceva Pasolini, è forza, limite, debolezza.

Colorando sempre tutte le fragilità.

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
Cerchi nella notte – Il libro
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.casadinchiostro.it


“Continuerò a cantare!
Stormi di uccelli mi sorpasseranno
nel loro viaggio a climi più solari –
ciascuno con in cuore
l’ansia del pettirosso –
io col mio petto rosso 
e le mie rime –

Più tardi – quando al colmo dell’estate
riprenderò il mio posto –
sarà più pieno il mio canto – Signore –
dei mattutini son più dolci i vespri –
ed il mattino è solo il seme del meriggio -“
Emily Dickinson – Poesie (250)

Immagine tratta dal film “The Square” di R. Ostulund, 2017

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