Sappiamo ancora parlare degli aspetti emotivi del cancro? Affrontare la notizia iniziale

Il presagio è diventato reale. Quella macchia si espande, diffondendosi ovunque.
La consapevolezza, la conoscenza, il dato di realtà, è arrivato. Spesso dopo lunghissime attese, per una diagnosi certa.
E quella, che per tanto tempo, era una bruttissima ipotesi, diventa una terribile notizia.
Un colore nero, come d’inchiostro, che si spande su un foglio.

Il colpo è arrivato, con forza inarrestabile. Travolge, come un treno che ti passa attraverso, senza che nessuno provi neanche a frenare.
Sei in balia. Perso completamente. Spaesato.
Al di la delle reazioni che avrai: di paralisi, di rabbia, di dolore, di freddezza o di immediata reazione pratica.

Il colpo è arrivato con il tramite della comunicazione del medico. Comunicazione che può avere le forme più diverse: essere accompagnata da una “strana leggerezza”, come da una “forte pesantezza”, nel modo stesso in cui ci può essere “serietà” se non qualche “lieve sorriso”.
Resta il trauma e la consapevolezza, più o meno negata, che la vita, da quel momento in poi sia profondamente mutata.

Si aprono dinnanzi tantissimi dubbi. Quelli iniziali solitamente riguardano domande del tipo “Ci dobbiamo fidare dei medici che ci hanno seguiti fin qui?”, “Dobbiamo chiedere un consulto?”, “Provare altri centri?”.
Poi arrivano altri tipi di decisioni da prendere. Quelle che riguardano ad esempio il fatto se (e a chi) comunicare questa notizia (amici, parenti, conoscenti).
In fondo questo apre proprio la questione sul quanto la malattia sarà pervasiva. Quanto si riuscirà ad avere aspetti salvi e non inquinati. O quanto invece sarebbe giusto immergersi completamente nelle cure (e quindi nella malattia stessa).

Domande che non hanno mai risposta certa, ma in cui il punto essenziale resta la condivisione. La possibilità di trovare la strada più opportuna assieme alle persone che si hanno accanto.
È la rete degli affetti a trovare, assieme al malato, la risposta migliore.
Ma d’altronde come diceva Antonino Ferro, una famiglia con un malato di cancro è una famiglia malata di cancro.

La condivisione, il confrontarsi e il decidere assieme, diventa quindi una parte integrante del percorso di cura e di quella che sarà la storia della malattia.

Ciò che diventa fondamentale è non dimenticare mai che il venire a sapere di avere un cancro attiva risorse inaspettate.
Questo risorse non sono casuali, ma bensì conseguenti a quello che fino a quel momento di è seminato.
È vero che la malattia rompe qualcosa, ma la forma della rottura non è casuale, dipendendo sempre dalle costellazioni relazionali-affettive e dal contesto che abita attorno a chi è malato.

Una parte del soccorso arriverà, infatti, proprio da quel mondo di cui ci siamo presi cura fino a quel momento. E ci si trova spesso davanti ad una mobilitazione che mai ci si sarebbe aspettati.
Come purtroppo, per alcune relazioni, ci si può trovare davanti a mancanze e trascuratezze, che mai ci si sarebbe aspettati e che ancor meno si sarebbero meritate.

Un altro aspetto può pervadere il pensiero, nel percorso della malattia, ovvero se sia possibile mantenere distinta la parte delle cure, dalla parte della vita “normale-sana” (come se il dubbio fosse: “Quanto la malattia influenzerà la mia vita?”).
Spesso vi saranno momenti in cui questa distinzione sarà possibile, e questo significherà la presenza di “isole” di serenità e felicità. In altri momenti invece la distinzione non sarà possibile.
Ci sarà una forte commistione, e allora la malattia avrà un po’ invaso tutto.

Una cosa però è importante, all’interno di percorsi che rimangono sempre molto personali, e difficilmente generalizzabili.
È che ci si scopre più facilmente essere come dei bambini pieni di paure e terrore, che non dei guerrieri che affrontano una battaglia (narrazione quest’ultima che tanto piace ad una certa visione del mondo, ma che resta profondamente irrispettosa dell’emotività di chi soffre).

Il mondo, noi tutti, dovremmo aver cura di quel bambino, di quelle paure e di quello spavento.
Saper parlare del dolore. Saper parlare della speranza come dell’illusione.

Perché la morte ha tante facce, tra cui una delle più terribili è il dolore di sapere che si lasciano “qui” le persone che più si amano.

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.casadinchiostro.it

Immagine tratta da “Collateral Beauty” di D. Frankel, 2016
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