Confini tra padri e figli: il senso di responsabilità

Padri e figli responsabilitàIn molteplici occasioni il padre si trova davanti alla possibilità di manifestare, davanti al figlio, i propri pensieri, le proprie emozioni e i propri vissuti. In alternativa può tenerli dentro di sé, ed in questo caso decide, più o meno coscientemente, di “nasconderli” al figlio.
Ovviamente non esiste una regola per cui sia sempre meglio esternare, o sempre meglio “trattenere”, ma è innegabile che in alcune (a volte ripetute) occasioni il manifestare, o il tacere, possano avere effetti devastanti sul figlio.
Questo accade soprattutto quando l’atteggiamento è rigidamente polarizzato, come ad esempio quando un padre sistematicamente racconta tutto al figlio, senza mai attuare un filtro protettivo nei confronti di un bambino che magari ancora non è pronto a gestire alcuni accadimenti o sentimenti.
In casi come questi, connotati da forte uni direzionalità, ci si trova di fronte ad una specifica visione del mondo, che porta il bambino ad essere inserito in uno specifico contesto, con conseguenze sostanzialmente molto prevedibili.

Quando un padre racconta tutto ciò che accade o che gli passa per la mente, al proprio figlio, da un lato comunica che vede il bambino come autonomo e indipendente, con capacità di affrontare gli accadimenti. Dall’altro lato, però, accanto a questa presunta “fiducia”, vi sono una serie di comunicazioni negative.
Le gradazioni di questa negatività, possono essere molteplici, dalle più lievi alle più complesse.
Il figlio, infatti, può sentirsi caricato di pesi eccessivi, e non arrivare a riconoscere la fiducia dell’altro, ma bensì a percepirsi non capace nella soluzione di un problema.

Per fare un esempio, è come se un genitore volesse mettere alla prova un bambino piccolo, per vedere se riesca a camminare da solo. Quando il genitore è capace di porsi alla giusta distanza, allora il bambino avrà la possibilità, in quei pochi passi, di sentirsi capace di camminare, avendo contemporaneamente un genitore presente e collaborativo.
Ma se la distanza, a cui il genitore si pone, è eccessiva, allora il bambino sentirà di non farcela (di cadere), e avvertirà il peso di dover “camminare da solo per il mondo”. Questa percezione, sarà inoltre accompagnata dal pensiero di non essere “competente”.

È in questo “eccesso”, a cui il bambino viene esposto da parte del genitore, che si pone la questione sul confine tra responsabilità paterna e autonomia del figlio. Inoltre, quando il genitore non valuta questo confine, è frequente che si creino situazioni anche molto spiacevoli.
Il figlio, infatti, sente su di sé un peso eccessivo, e conseguentemente si avverte come troppo piccolo nei confronti di quella specifica situazione. Se poi, questa incapacità paterna nel porre il confine delle responsabilità, diviene generalizzata, il bambino avvertirà tutto il mondo come troppo grande. Ed anche il padre sarà percepito come un “gigante irraggiungibile” e non come un “approdo protettivo”.
In questa situazione, che viene così a costituirsi, diviene impossibile lo stabilirsi di una relazione di complicità tra padre e figlio, portando ad un danneggiamento in cui il bambino non vede il genitore come una meta da raggiungere, ma come una persona inaccessibile che non concede alcuna possibilità di confronto.

La fiducia verso se stesso è, in questo figlio, messa in una posizione di scacco, a causa di una ferita profonda che viene a crearsi nell’autostima.
Il padre, inoltre, non sarà minimamente vissuto come persona capace di fornire protezione, o di assumersi le responsabilità in modo completo nei confronti degli eventi.
L’immagine di questo padre è, da parte del figlio, ormai divisa in due poli distanti e inconciliabili. Da un lato risiede il padre idealizzato (di cui il bambino ha bisogno, ma che è avvertito come minaccioso), dall’altro lato il padre troppo fragile (che è impossibile potere prendere come punto di riferimento).

Il bambino resta solo, schiacciato da responsabilità che da adulto forse comprenderà non dovevano competergli, ma che da piccolo sente di non poter risolvere (anche se una parte di lui dice che “dovrebbe”).

La minaccia all’autonomia e all’autostima diventa perturbante, con il forte rischio di formare adulti incapaci di assumersi responsabilità alcuna, o che invece ne assumono in eccesso.
In entrambi i casi si relazionano male al tema “responsabilità”, accompagnati costantemente da un’autostima molto bassa.

Francesco Urbani
www.francescourbani.it

Questo articolo parte da una riflessione sui capoversi 4 e 5 di “Lettera al Padre” di Franz Kafka,
qui l’articolo precedente sul 2-3 capoverso

Suggestioni bibliografiche:
Kafka F., Lettera al padre, Einaudi
Spinoza B., Opere, Meridiani Mondadori
Turkle S., La conversazione necessaria, Einaudi
Céline L.F., Lettere alle amiche, Adelphi
Enard M., Zona, Rizzoli
Borgna E., Parlarsi, Einaudi
Siegel D.J., La mente adolescente, Raffaello Cortina

Immagine tratta dal film “Come Dio Comanda”, di G. Salvatores

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