La sofferenza taciuta

In alcuni contesti vi è addirittura stima per chi è capace di contenere, dissimulare o nascondere il proprio dolore. In queste situazioni, e per queste persone, il dolore dovrebbe essere solo un’esperienza privata, da tacere in modo assoluto. E se questo non avviene, allora si è mal giudicati. Il “troppo eloquente” viene percepito, e valutato, come “esibizionismo compiaciuto”.

Il dolore, socialmente, deve essere declinato su misura del contesto, e in questo non c’è uno schema rigido, ma deve essere dedicata (da parte di chi soffre) una grande attenzione agli interlocutori. Più che a se stessi.
Nel dolore bisogna di certo mostrarsi feriti, ma sempre in lotta con il male. Ci si deve obbligatoriamente mostrare come forti e coraggiosi, e non si può esprimere il proprio desiderio di “abbandono alla sofferenza”, se non si vuol passare per persone deboli e sottomesse.

Chi soffre può farlo, ma a patto di non “turbare”, o non “disturbare” l’altro.

La sofferenza può spesso essere espressa davanti a figure professionali (medici, terapeuti), a volte anche ad alcuni familiari, ma altrimenti resta da dissimulare. Quindi, nella pratica, a chi soffre, il mondo chiede di “gestire” il proprio dolore, tanto da manifestarlo (o nasconderlo) in base alle specifiche situazioni.
Questa condizione comporta, per chi soffre, il continuo dubbio di aver “manifestato bene” o “manifestato male” la propria sofferenza.

Tutto ciò, ovviamente, deve necessariamente essere commisurato alla vita della persona, ad esempio nell’ambito professionale è spesso la vergogna a dominare, rendendo il dolore un evento completamente privato.
Nel caso poi, che vada comunicato per estrema ed oggettiva necessità, questo deve avvenire in modo “morigerato” e sempre “senza esagerazioni”. La sofferenza deve essere comunicata senza troppo peso.

Anche nel caso che il dolore porti alla interruzione del lavoro, la comunicazione deve essere particolarmente accorta, perché a causa della disistima che il dolore porta con sé, è facile passare per scansafatiche, incompetenti o svogliati.

Il dolore difficilmente permette l’autenticità, o l’espressione sincera di quel che si prova, e questo spesso avviene proprio nei confronti delle persone verso le quali è stata riposta fiducia.
La sofferenza, in queste condizioni e contesti, diviene quindi vera e propria tragedia dell’esistenza.

Francesco Urbani
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it

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