Trame dell’Identità – Sentirsi in Esilio

identitàIl sentirsi in esilio è una condizione umana che tutti, in qualche periodo della vita, ci troviamo a dover affrontare.
Indubbiamente questa situazione può essere più concreta (come nel caso degli esuli politici, ovvero di tutti quei dissidenti che sono stati costretti a dover lasciare il loro paese di origine), o più di carattere emotivo (come quando ci si trova ad una festa, o ad una cena, e per i più disparati motivi, si finisce con il non entrare in armonia con l’ambiente, fino a ritrovarsi del tutto estraniati).
In questa sede non è, ora importante valutare i presupposi, esterni o interni, che hanno portato la persona a sentirsi nella condizione di esiliato. Quello di cui qui parleremo è il pensiero che, invariabilmente, si forma nella mente di chi sente di trovarsi (o si trova) in questo specifico stato.
Innanzitutto la condizione più evidente è quella di sentire che la realtà circostante si è fatta del tutto estranea. In essa ogni elemento non riesce ad essere riportato ad uno stato di familiarità, e questo porta alla sensazione di spostarsi verso una condizione “migliore” rispetto alla precedente (ci si dice “quell’ambiente non era affatto piacevole, mentre questa condizione di estraneità anche se non è perfetta, mi risulta più congeniale”).
Il politico esiliato sente, quindi, di vivere in un paese lontano, ma dove può ritrovare un sistema accogliente e rispettoso delle libertà individuali. Mentre l’uomo della festa sente di potersi rifugiare nei suoi pensieri, avvertiti nettamente migliori di qualsiasi possibile conversazione con gli avventori che si trovano attorno a lui.
In qualche modo, avviene questo “movimento” in direzione dei propri ideali, che possono essere sia concreti che astratti, sia sociali che del tutto personali.
Quello che però deve necessariamente essere tenuto in considerazione, è che questo luogo d’approdo, se pur migliore di quello dove sono rimasti gli “altri”, non permette nessuna reale possibilità di espressione, condannando l’esiliato ad una “sicurezza” che ha il costo di una totale insignificanza sociale.
L’esiliato politico si ritrova in un paese che parla un’altra lingua, e l’uomo della festa si ritrova di fatto solo. Entrambi non hanno la possibilità di parlare con nessuno.
A diventare prevalente è quindi un nuovo bisogno, che forse era già presente ma che ora è dominante: essere accettati. Ritrovare la propria capacità di incidere sulla realtà circostante.

Durante l’esilio, il rapporto con “l’altro” (con quelli cioè, che sono rimasti nella parte “non migliore” del mondo), diventa distante. L’esiliato passa il tempo in una posizione di osservatore, in cui non può far altro che giudicare, senza però partecipare fattivamente, chiuso com’è nella fantasia di sentirsi pensato nella sua assenza.
Proprio questo pensiero, rappresenta il modo in cui esso si sente ancora presente, nel mondo che ha lasciato. Solo in questo modo, riesce a vivere anche “nell’altra parte”, mettendo in atto quello che altro non è, se non un pensiero postumo (“Si ricorderanno di me”. “Dovranno sentire la mia mancanza, nel momento in cui capiranno che hanno bisogno di me!”).
Questa fantasia, del tutto priva di realtà e concretezza, sarà più forte ogni qualvolta la realtà circostante sarà percepita più estranea. Perché ovviamente il passato, quel famoso “mondo peggiore”, resta comunque qualcosa di conosciuto, e quindi meno pericoloso più controllabile.
Inoltre pensare a quel che si è lasciato, permette un rallentamento del tempo presente, con conseguente fantasia di posticipare il domani, che in questa fase è quello che maggiormente spaventa, in quanto portatore di possibili novità.
E spaventa, questo “domani” perché è la “novità”, ciò che non si conosce e che potrebbe modificare una realtà che, per quanto spiacevole, resta pur sempre conosciuta e quindi controllabile.
Questa modalità, non solo di pensiero, ma di percezione, non necessariamente è negativa, ma potrebbe essere un momento costruttivo se mette le basi per una concentrazione e un approfondimento, sugli accadimenti. Altrimenti il rischio che si corre è quello di chiudersi in un pensiero che è il rituale della nostalgia, dove si è capaci solo di stare dalla parte banale della virtù, ovvero di isolarsi nella assolutizzazione delle proprie convinzioni, mancando qualsiasi forma di dialogo (anche interiore).
In questo secondo caso, oltre aver fallito l’occasione di creare uno spessore dell’esperienza che si sta vivendo, ci si rifugia con superficialità su un isola dove le idee, perdono di dinamismo, e divengono statiche e sterili.
La condizione dell’esiliato, che pur resta un’esperienza dolorosa, può risultare quindi anestetizzante, fino a creare ancor più distanza e indifferenza. Si è chiusi in un mondo ideale che è semplicemente un “gioco senza fine”, dove è paralizzata la capacità di creare e costruire.

Francesco Urbani

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