Van Gogh, la Notte Stellata e una lettera sulla follia a Theo

Mio caro Theo,
Ciò che dici della “Berceuse” mi ha fatto piacere; è proprio vero: la gente del popolo, che compra litografie colorate e ascolta con sentimentalità gli organetti di Barberia, ha vagamente ragione e forse è più sincera di certi gaudenti che visitano il “Salon”.

A Gauguin, se vuole accettarla, darai una versione della “Berceuse” che non era montata su telaio, e anche a Bernard, come testimonianza di amicizia.
Ma se Gauguin vuole dei girasoli, è assolutamente giusto che ti dia in cambio qualcosa che ti piaccia altrettanto. A lui sono piaciuti soprattutto i girasoli, in seguito, quando li hai visti a lungo.

Devi anche sapere che se li metti in questo modo, cioè la “Berceuse” al centro e le due tele dei girasoli a destra e sinistra, formano una specie di trittico. Allora i toni gialli e arancioni del ritratto acquistano più splendore grazie alla vicinanza dei quadri gialli. E quindi capirai ciò che ti scrivevo: che la mia idea era stata di fare una decorazione come per la cabina di una barca, per esempio. Allora, poiché il formato si allarga, l’esecuzione sommaria assume la sua ragion d’essere. La cornice di mezzo è quella rossa. E i due girasoli da accostare sono quelli incorniciati con bacchette.

Da quando sto qui, il giardino desolato pieno di grandi pini sotto cui cresce alta e mal curata un’erba mista a loglio mi è bastato per lavorare, e non sono ancora  riuscito.

Però il paesaggio di Saint-Rémy è bellissimo e a poco a poco probabilmente farò qualche escursione. Ma rimanendo qui, naturalmente il medico ha potuto vedere meglio come stavano le cose e, oso sperare, sarà più rassicurato sul fatto di lasciarmi dipingere.

Ti assicuro che qui sto bene…

Poiché questi infelici non fanno assolutamente nulla, non hanno altro svago giornaliero che ingozzarsi di ceci, fagioli, lenticchie e altre spezie e prodotti coloniali in quantità misurate e a orari fissi.

Ma senza scherzi, la paura della follia mi sta passando molto vedendo da vicino chi ne è affetto, come in seguito è assai probabile che lo sarò anche io.

Prima provavo repulsione per queste creature ed era triste, per me dover pensare che tanti, nel nostro mestiere, erano finiti così- …

Beh, ora penso a tutto ciò senza timore, cioè non mi sembra più atroce che se quelle persone fossero morte di qualcos’altro, di tisi o di sifilide, per esempio.
Quegli artisti, li vedo riacquistare il loro aspetto sereno, e credi che sia poca cosa ritrovare dei vecchi del mestiere?
Ecco, senza scherzi, qualcosa di cui sono profondamente riconoscente.
Perché, anche se alcuni urlano o di solito sragionano, qui c’è molta vera amicizia che abbiamo gli uni per gli altri. Dicono: bisogna sopportare gli altri perché gli altri ci sopportino, e altri ragionamenti giustissimi che mettono in pratica. E tra noi ci capiamo molto bene; per esempio, a volte posso parlare con uno che risponde solo con suoni incoerenti, perché non ha paura di me.
Se a qualcuno viene una crisi, gli altri lo sorvegliano e intervengono per evitare che si faccia male.
Lo stesso per chi ha la mania di arrabbiarsi spesso…

Riguardo le mie condizioni, sono tanto riconoscente anche per qualcos’altro. Noto in altri che anche loro, durante le crisi, hanno sentito come me suoni e voci strane, che anche a loro le cose sembrano instabili. E questo attenua l’orrore che ho provato all’inizio della crisi che ho avuto, e che quando ora capita all’improvviso spaventa necessariamente oltre misura. Una volta saputo che fa parte della malattia, la prendi in modo diverso. Se non avessi visto da vicino altri pazzi, non sarei riuscito ad evitare di pensarci sempre. Perché le sofferenze dell’angoscia non sono piacevoli, quando hai una crisi. La maggior parte degli epilettici si morde la lingua e se la taglia.

Oso pensare che quando sai cos’è, quando sei consapevole delle tue condizioni, e di poter andare soggetto a crisi, allora puoi fare qualcosa per non essere sorpreso più di tanto dall’angoscia o dal terrore. Ma ormai da 5 mesi vanno diminuendo, spero proprio di uscirne o almeno di non avere più crisi altrettanto forti. Qui c’è uno che grida e parla sempre, come ho fatto io per una quindicina di giorni, credi di sentire voci e discorsi nell’eco dei corridoi, probabilmente perché il nervo dell’udito è malato e troppo sensibile, e nel mio caso erano la vista e l’udito insieme, il che capita abitualmente all’inizio dell’epilessia…

Adesso quell’orrore della vita è già meno pronunciato e la malinconia meno acuta. Ma di volontà, non ne ho ancora per niente, di desideri per niente, e quasi per niente tutto ciò che riguarda la vita normale, per esempio il desiderio di rivedere gli amici, ai quali tuttavia penso.

Da qui alla volontà e all’azione c’è ancora molta strada da fare…”

Lettera 776 - da Vincent Van Gogh a Theo Van Gogh, giovedì 23 maggio 1889 (ED. I Milleni Einaudi)

Notte Stellata, fu realizzato all’alba del 19 giugno 1889 e pochi giorni prima Van Gogh scrisse questa lettera al fratello.
Siamo nel periodo, tragico, dell’automutilazione dell’orecchio, quando il pittore era internato presso la Clinica di Saint-Rémy de Provence.

Francesco Urbani
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it

 

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