Cosa vede l’altro in me? La dismorfofobia. La pelle ferita #6

Partiamo dal presupposto che più o meno tutte le persone sono preoccupate per il loro aspetto corporeo.
D’altronde viviamo in una società fortemente legata all’immagine, basti pensare ai media e soprattutto ai social. E questo è amplificato anche dal fatto che attualmente la chirurgia estetica è largamente diffusa e quindi la possibilità di modificare il proprio aspetto non è affatto remota.

Per alcune persone però l’immagine corporea è un vero e proprio problema che può anche arrivare all’odio per il proprio corpo.
Quando ci si deve preoccupare? Quando questo pensiero diventa invasivo, e l’odio per il corpo, o per alcune parti di esso occupa significativamente il pensiero.
In questi casi si nota che l’interazione con l’altro sono tutte influenzate proprio da questo pensiero, che può essere invisibile a chi si ha di fronte, ma che è terribilmente presente in chi ne soffre.

Imperfezioni trascurabili assumono aspetti eccessivamente preoccupanti, anche per dettagli a cui generalmente non si presterebbe mai attenzione.

Ne possono conseguire diverse difficoltà.
Alcune si manifestano tramite tentativi ossessivi (anche estremi) di nascondere il proprio aspetto.
(Non solo con la chirurgia estetica ma anche con un tragico fai-da-te che vede utilizzare la carta vetrata, la candeggina, o quant’altro).
Comportamenti che a volte mettono addirittura a rischio la salute delle persone.

A volte si può trasformare in ansia sociale, con la conseguenza di una riduzione dei rapporti interpersonali che nei casi più gravi portano all’isolamento completo.

Arriva quindi la paura per lo “Sguardo dell’Altro”.
La paura dell’essere “VISTI” o “GUARDATI” che è poi il fantasma della conferma di essere brutti e diversi.

Spesso le persone che soffrono di DISMORFOFOBIA arrivano ad interpretare male le espressioni emotive degli altri. Vedendole sempre come negative.
Alcune espressioni facciali neutre vengono facilmente interpretate come deridenti.
E l’altro è quindi vissuto sempre come ostile.

Ovviamente esistono diversi gradi di gravità per questo tipo di disturbo.
Si va da una preoccupazione eccessiva per una specifica parte del proprio corpo, al non uscire più di casa.

E’ un odio per il corpo. Che ha volte alla radice ha un investimento inappropriato sul corpo del bambino da parte del genitore.
Bisogna andare la cuore del dolore, per poterlo superare e elaborare. Bisogna arrivare a parlare di come si era visti quando si era bambini, e sul vissuto che questo comportava e comporta.

Chi soffre di dismorfofobia ha la sensazione che il corpo sia “cattivo”, oppure ha la sensazione che il corpo sia “fuori controllo”.
Sempre il corpo è vissuto come “enigmatico”, tanto da portare alla domanda “Cosa vede l’altro in me?”.

Il controllo può essere ristabilito mediante il “rimodellamento del Sé Corporeo”, ma è un’illusione se non si viene in contatto e in dialogo con il proprio dolore interiore più autentico. Di cui la dismorfofobia è solo un tragico, e a volte invalidante, segnale.

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
Cerchi nella notte – Il libro
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.casadinchiostro.it

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One thought on “Cosa vede l’altro in me? La dismorfofobia. La pelle ferita #6

  1. Bisogna. Personalmente devo aver più volte nominato e parlato più o meno di tutti i maltrattamenti subiti, ci ho pianto sopra di fronte a testimone empatico ma continuo ad essere condizionata potentemente dai miei traumi, nelle scelte di vita e nelle relazioni. Nonostante le elaborazioni, sotto stress, interviene in automatico un qualche funzionamento distorto. Moltissime situazioni fungono da trigger e in un attimo rivivo il film della mia infanzia e provo emozioni e sentimenti insopportabilmente intensi. Forse dipende dal fatto che quella persecutrice di mia madre non mi ha mai riconosciuto nulla e ogni suo attuale pensiero per me è ancora solo di distruzione e morte? Oppure sono un po’ come quei bambini selvaggi cresciuti da soli nella natura (nel mio caso, da sola nella sofferenza) e che non sviluppano, ad esempio, il linguaggio al momento giusto (nel mio caso la fiducia in me e negli altri, ecc…) e non lo svilupperanno mai più? Bisogna, sì. Lo dico sempre anche io. Nel frattempo ho continuato a soffrire e soffrire nel costante tentativo di smettere di soffrire. Il nostro poi, non è un paese per fragili o diversamente emotivi. O forse l’umanità in generale non è in grado di farsi carico e prendersi cura delle proprie fragilità. Le combatte, moltiplicandole. Chissà se, date le stesse condizioni climatiche, l’uomo, oltre a pensare e fare gli stessi errori ovunque nel mondo, non possa anche riprodursi tale e quale in infiniti sistemi solari, costringendo la propria specie e la Natura tutta ogni volta alla stessa fine.

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