Osservare. Posizionarsi davanti al tempo.
Davanti uno spazio di possibilità.
Da infinite diventano finite.
Avranno una forma.
E tutto quello che non c’è
sarà la forma dell’assenza.
Di ciò che poteva essere ma non sarà.
Da una piccola porta
passa una piccola luce
come un cono, che
attraversa la stanza.
Riflette un po’ di polvere.
Anche l’aria che sembra
ferma, in realtà non lo è.
Nulla è immobile.
Su quel resto di oscurità
nessuna riflessione.
Uno spazio, un luogo, un tempo
che restano dimenticati.
Può sembrare che non ci siano
ma ugualmente esistono.
Chi ti guarda
Chi ci guarda
Con quale sguardo
osserviamo la luce
e il buio
Girare per la città, osservarla. In un’ora tarda, o al primo mattino. Quando per le strade non c’è quella folla che ne ottunde il senso, che impedisce l’ascolto. Con un rumore che non è vero suono, ma solo confusione, qualcosa che distoglie e distrae. Qualcosa che nasconde e invia nell’oblio.
Invece nel silenzio della città. Di una via. Di un quartiere. Puoi sentire la voce della strada, dell’asfalto. Delle case. Degli appartamenti dove abitano infinite storie a te precluse. Ma che in qualche modo ascolti.
E’ la città ad influenzarti. Ti entra sotto la pelle, nelle vene. Ti scorra da sempre come una linfa vitale. Come qualcosa che è lì. Da sempre, e da sempre c’è.
Anche questo è identità. Acquisita alla nascita. O città di adozioni. Poco importa.
I legami non hanno storia cronologica. Ma storia degli affetti. Il tempo delle emozioni. Non quello codificato dall’uomo che ancora spera in tempo lineare. Che probabilmente non esiste. Persi come siamo in cerchi di tempi, in tempi non lineari. Perdite di tempo. Tempo da perdere. Tempo perso. Tempo così simile alle città in cui viviamo. E che vivono in noi.
Facendoci vivere.
Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
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