La sofferenza di vivere come protezione dal dolore di un passato gravemente ferito

Si inciampa, si cade, o si rimane spaesati lungo il cammino della vita. Momenti che riflettono traumi e sofferenze dell’infanzia o dell’adolescenza.

Ricordi di momenti difficili riaffiorano nel tempo, fino a diventare una stabile sofferenza. Il significato e il senso di questo dolore sfugge alla consapevolezza della persona.

Dolore psicologico che può diventare una vera e propria ossessione, un pensiero ripetitivo e una sofferenza continua, che però ha la funzione di proteggere da un evento traumatico o drammatico della propria storia passata.

Dolore che si confonde temporalmente assieme a eventi tragici. Tanto che a volte non si riesce a distinguere se si era tristi (se non addirittura depressi) prima o dopo un grave lutto.

La sofferenza può mantenere (o segnalare il mantenimento) della permanenza di un legame. Ricordo incarnato, segnato sulla pelle. Oltre l’aver, in apparenza dimenticato, elaborato o integrato.

Il dolore si alimenta, nella sua natura traumatica, delle sofferenze dell’esistenza, quando queste oltrepassano la soglia di “sopportabilità”, o la capacità (da parte della persona) di elaborare simbolicamente.

In questi casi la sofferenza colpisce la mente e il corpo in modo stabile e continuativo.

È il dolore che riattiva la sofferenza del passato che come “elementi vivi” erano “sopiti” ma assolutamente non scomparsi.

Stazionare, in tali situazioni, nel dolore, non affrontarlo, resta un modo tragico e paradossale per sfuggire al dover affrontare un episodio doloroso della propria vita. Un’ossessione non riconosciuta che permette di non vedere le cicatrici della propria storia.

Un dolore devia da un altro dolore: inaffrontabile, potente e sentito come ingestibile.

La sofferenza storica, lontana e traumatica, è anestetizzata da un dolore che invade l’esistenza (il male di vivere) me che però protegge da ciò che proprio non può essere pensato.

Questa è una sofferenza che evita l’intollerabile ma che resta senza vie d’uscita. È solo l’impotenza di una vita umiliata, che nel contempo impedisce d i”guardare” (riconoscere, legittimare) le “radici ferite”.

Il male di vivere sarà necessario finché la persona non sarà in grado di affrontare il passato. E questo dovrà avvenire anche grazie ad uno spazio relazionale sicuro e protetto.

Ci si ferma nel dolore presente per evitare, e per il terrore, di tornare al passato traumatico. Unico modo per sorreggere un’identità avvertita in profondo pericolo.

La storia personale evidentemente è percepita come intollerabilmente dolorosa.

Il dolore inespresso viene, quindi, “tradotto” in una sofferenza comunque grande ma che dona l’illusione di una qualche guarigione.

Il dolore presente può essere superato, mentre quello del passato è sentito come “abisso intollerabile e inaffrontabile”.

Francesco Urbani
urbani@casadinchiostro.it
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