Non ci sono sbarre.
Non ci sono secondini.
Non ci sono processi pubblici né condanne lette ad alta voce.
Eppure capita di svegliarsi la mattina con una sensazione precisa: essere in difetto.
In difetto con il lavoro.
Con il corpo.
Con il tempo.
Con gli altri.
Con sé stessi.
È una colpa senza delitto, un debito senza contratto, una pressione senza volto. Ed è forse qui che il nostro tempo incontra davvero il grande scrittore Franz Kafka.
Un processo invisibile
Nel mondo kafkiano l’uomo viene trascinato dentro meccanismi impersonali che non comprende. Non sa chi decide, non conosce le regole, non sa come uscirne.
Oggi quel meccanismo non porta timbri né toghe.
Ha un’interfaccia elegante.
Ti chiede di accettare i cookie.
Di aggiornare il profilo.
Di verificare l’identità.
Di confermare la presenza.
Di dimostrare produttività.
Di essere reperibile.
Di restare competitivo.
Non è la violenza del comando diretto. È qualcosa di più raffinato: la procedura normalizzata.
Da cittadini a dashboard
Un tempo almeno il potere aveva un volto: il re, il capo, il padrone, il burocrate.
Oggi spesso il potere si presenta come sistema neutrale.
Una piattaforma.
Un algoritmo.
Una policy.
Un modulo automatico.
Non sei licenziato: il tuo account è stato disattivato.
Non sei escluso: non rientri nei parametri.
Non sei ignorato: il contenuto non ha performato.
Il linguaggio contemporaneo compie il miracolo più inquietante: trasforma l’esperienza umana in statistica, in numero.
Così la tristezza diventa calo di performance.
L’insicurezza diventa scarso personal branding.
La solitudine diventa assenza di engagement.
L’ansia come forma di governo
Il potere più efficiente non reprime: induce auto-controllo.
Ci alleniamo da soli alla sorveglianza:
contiamo passi, sonno, calorie, risultati, follower, tempo produttivo, risposte inviate, obiettivi mancati.
Diventiamo contemporaneamente detenuti e guardiani.
La frusta è stata interiorizzata.
Il supervisore vive ormai nella nostra testa.
Per questo molte persone sono esauste senza sapere bene da cosa. Non fuggono da un nemico esterno: sono intrappolate in una richiesta continua di ottimizzazione.
Il mito della libertà totale
Mai come oggi ci viene detto che possiamo essere tutto.
Puoi reinventarti.
Puoi monetizzare passioni.
Puoi costruire il tuo brand.
Puoi scalare.
Puoi emergere.
Ma quando tutto è possibile, ogni fallimento diventa colpa personale.
Se non riesci, è perché non ti sei impegnato abbastanza.
Se sei stanco, devi organizzarti meglio.
Se soffri, devi lavorare sul mindset.
La promessa della libertà assoluta produce una nuova schiavitù: la responsabilità senza limiti.
Essere visti, non essere conosciuti
Viviamo esposti come mai prima.
Foto, storie, aggiornamenti, opinioni, geolocalizzazioni, traguardi. Tutto appare. Eppure raramente qualcosa si rivela davvero.
Molti sono visibili.
Pochi sono riconosciuti.
L’identità digitale spesso funziona come una vetrina illuminata dietro cui la stanza resta buia.
Come si evade
Non con la fuga romantica. Non basta spegnere il telefono per guarire un’intera civiltà.
L’evasione comincia altrove:
Nei tempi improduttivi, nel coltivare relazioni non monetizzabili, nel sottrarsi alla tirannia del confronto costante, nel fare cose che non generano metriche, nel difendere il diritto all’opacità.
Essere umani significa anche non essere sempre leggibili, efficienti, disponibili.
Forse il nostro secolo non costruisce castelli né tribunali monumentali.
Costruisce pannelli di controllo.
Non ci chiede di obbedire gridando.
Ci invita gentilmente a cliccare “accetto”.
E noi, stanchi, spesso accettiamo tutto: condizioni, ritmi, immagini false di noi stessi.
Finché un giorno ci accorgiamo che nessuno ci ha incarcerati.
Eppure fatichiamo a respirare.
Forse la vera ribellione contemporanea non è urlare.
È tornare irriducibilmente umani.
Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
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