Il cuore come simbolo dell’intimità: Introduzione

Simbologia del cuoreNonostante i grandi cambiamenti culturali e sociali, è rimasta pressoché intatta la metafora per cui il “cuore” è il luogo dei sentimenti, degli affetti e dell’intimità.
Pur essendo stati introdotti i “giochi linguistici” e le “tecniche di trapianto”, ancora oggi il cuore è simbolo della nostra umanità interiorizzata, residenza del nostro Sé più autentico e vero. Il Sé nucleare.
Per questo motivo possiamo dire che l’Europa, e la cultura occidentale, è ancora “cardiocentrica”.

È l’incontro dei cuori, l’accordo tra i ritmi cardiaci, ad essere alla base della “concordia”, e ad ergersi rappresentante della “Soggettività Cordiale”, ovvero a rendere manifeste quelle persone che sono alla ricerca di un incontro positivo con l’altro.
Nell’estensione di questa simbologia, lo spazio di vicinanza che è creato da due cuori, può dar vita alla sensazione della presenza di un componente “telepatica”. L’idea che due persone possano, non solo intendersi mediante canali non visibili, ma anche essere in profondo accordo per natura implicita, e non come risultante di un dialogo (e quindi di una sintesi).

Quel che oggi si è ampliato, nell’ambito di questa simbologia, è avvenuto a causa del ruolo che la tecnica si trova ad avere nei confronti (e in relazione) dell’essere umano.
Il “cuore”, in questo nuovo contesto, può essere rappresentante sia di uno “Status” (un prospettiva che lo vede dominante rispetto a tutto il sistema-uomo), sia come “Macchina” (ovvero come una parte del sistema).

Nel primo caso il “cuore” è ancora il massimo rappresentante del “diritto al calore” (contro il freddo della ragione), mentre nel secondo vi è una desacralizzazione e il “cuore” è esperito come uno dei tanti elementi (un’ottica questa puramente molecolare).
La visione di un “Cuore come macchina” non permette di vedere in questo organo il luogo dell’intimità, e della concordia. E l’assenza di cuore mantiene tutto nell’individualismo, aprendo di fatto la questione della tecnica come “fine” e non più come “mezzo”.
In questa visione il pensiero dominante è quello della trasformazione della macchina in uomo (l’uomo può controllare il cuore-macchina, evitando di esserne controllato). Delirio di onnipotenza umana che distoglie lo sguardo dalle possibilità insiste nell’incontro con i luoghi dell’intimità.

Francesco Urbani

www.francescourbani.it

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