Le buone feste di chi conosce la mancanza e forse anche l’amore. “L’Albero di Natale” di Nazim Hikmet

C’è almeno un momento, in queste feste. Se non addirittura più momenti, che sentiamo vicino a noi delle persone.
Le sentiamo vicinissime, quasi che possiamo sentire il calore dei loro corpi accanto la nostra pelle.
Eppure sono persone che non ci sono. Mancano, sono assenti.
Per i motivi più diversi e disparati, alcuni assurdi e irragionevoli, e altri che invece comprendiamo benissimo per quanto ancora ci possano far soffrire.
La vita che prende direzioni imprevedibili, o anche comuni e banali. Ma è la vita, e a volte riusciamo anche ad accettarla. E’ raro, per quanto non raccontiamo a noi stessi il contrario, ma accade.
Sembra già di vedere quelle persone che si vantano di non trattenere, di essere brave a lasciar andare, e che poi scopri in realtà ricordano tutto e tutti. Non dimenticano nulla.
E’ che quando amiamo tendiamo, giusto o sbagliato che sia, a possedere. Ad avere, a trattenere.
Quando amiamo, quando amiamo davvero, l’altro lo vogliamo accanto, punto e basta. Poi sappiamo che è giusto lasciarlo libero, e lo facciamo. Ma dentro il nostro desiderio è l’aver accanto.
Sta anche qui la difficoltà dell’amore. Nella consapevolezza dei nostri desideri, ma anche nel sapere che l’altro resterà sempre libero.

La vita fa il suo corso. Eppure come dice Hikmet “tu sei nella palla di vetro rosso”.
Il ricordo ci accompagna, sempre. Ancor di più in questi giorni, in cui più o meno siamo circondati da persone. Anche adesso nella solitudine forzata della pandemia. Abbiamo chi ci chiama, chi ci scrive. Qualcuno che vedremo.
I tanti auguri e pensieri che ci raggiungono, e che noi mandiamo per il mondo.
Eppure qualcuno non c’è. Ma ci tiene compagnia, a volte con dolore a volte con piacere, il ricordo.
Che non è solo il ripensare uno sguardo, una parola, quello che sarebbe potuto essere e che non è.
E’ una vera e propria presenza sulla nostra pelle. Qualcosa che indossiamo, che ci scalda, che ci protegge. Forse ci pesa, ma comunque ci accompagna.

Il ricordo passa sempre per il corpo. Le sensazioni che abbiamo provato, la nostra pelle ce le ripropone, soprattutto ora. Quando più le vorremmo.
Allora eccoli lì quegli occhi che ci attraversavano e sapevano guardarci dentro, che sapevano raggiungere il nucleo stesso della nostra anima.
Quelle mani che forse non abbiamo mai avuto l’occasione, o il coraggio di sfiorare. Ma che sapevamo non ci avrebbero mai fatto male. Che potevamo sentire la nostra pelle scivolarci addosso.
E così quel volto, rimasto intatto nel ricordo. Privo delle agonie del tempo.
Con i nostri dubbi, i nostri rimorsi o rimpianti.
Tutto quello che avremmo potuto fare, e dire. Tutto quello che ci sarebbe stato risposto. Le risate, le parole, i discorsi.
Ma soprattutto i silenzi.

Si, perché è in quei silenzi, il richiamo al silenzio odierno.
Il sapere che avremmo sentito una vicinanza infinita, proprio nel luogo che tace. Che non ha parole. Non ne necessita.
Manteniamo la speranza, di ritrovare le persone perdute. E la consapevolezza che molte non torneranno mai.
Manteniamo questo proprio ora che le sentiamo accanto a noi, con le mani che ci accarezzano le guance rosse dal freddo, mentre facciamo gli auguri. I nostri auguri. A tutto il resto del mondo.

Francesco Urbani
Psicologo-Psicoterapeuta-Supervisore
Cerchi nella notte – Il libro
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
www.casadinchiostro.it


A sud del golfo di Finlandia la notte
vicino al mare brumoso
L’albero di Natale scintilla
tra oscure torri gotiche
corazze di cavalieri teutoni
e ciminiere di fabbriche
l’albero di Natale
l’albero di Natale canta
sulla piazza bianca di neve
canzoni dell’Estonia
lunghissimo scintillante
pagliuzzato d’oro
l’albero di Natale

tu sei nella palla di vetro rosso
i tuoi capelli son paglia gialla le ciglia azzurre
sono io che l’ho appesa
mettendotici dentro
il tuo collo bianco è lungo e rotondo
ti ho messa nella palla di vetro rosso
con i miei dubbi
con le mie ansietà con le mie parole
le mie speranze le mie carezze
a tutti gli alberi di Natale a tutti gli alberi
a tutti i balconi le finestre i chiodi le nostalgie
ho appeso la palla di vetro rosso
mettendotici dentro
perdonami
morirò lì

L’Estonia è lo stato socialista più piccolo
il paese dove si leggono più poesie a testa
dove si beve più vodka
il più pieno di automobili e motociclette
celebre per le sue pellicce e i suoi mobili
per il suo coro di trentamila persone

non posso guardare negli occhi chi giace
sul suo letto di morte
mi sembra una vergogna vivere
con uno che agonizza
al mio fianco
Lucia sta morendo in un ospedale di Mosca
Viale degli Entusiasti
non so più che numero
il suo viso somiglia a un vecchio cucchiaio di legno
il buio della sera si mescola
alla neve che fonde
i camion passano uno dietro l’altro
scuotendo l’asfalto
è la tristezza che emana Lucia
che mi fa corrugare la fronte
oppure è l’avvicinarsi
della mia propria morte non so

l’albero di Natale canta
su una piazza bianca di neve
canzoni dell’Estonia
lunghissimo scintillante
pagliuzzato d’oro
perdonami
morirò lasciandoti nella palla di vetro rosso
in questo mondo vive una cosa unica
che non ha pari
me ne accorgo io soltanto
forse una pianta una bestia una parola un metallo
un raggio una gioia forse
forse caduta da una stella
in questo mondo vive una cosa vive per te
ma tu non te ne accorgi
morirò perdonami morirò
e tu uscirai spezzandola
dalla palla di vetro rosso
scenderai su una piazza
bianca di neve
sarà forse a Mosca o a Tallin
o a Leningrado
che da un albero di Natale
scenderai su una piazza
bianca di neve
ma io
avrò portato via con me
ciò che vive per te un questo mondo

Lucia muore
il viso come un vecchio cucchiaio di legno
è assurdo quelli che dovrebbero
morire dopo di me
muoiono prima di me
dopo le grandi guerre la morte ha perso la testa
completamente
i camion passano scuotendo l’asfalto
del Viale degli Entusiasti
sui manifesti le cifre dell’anno ’65
carbone tante tonnellate
petrolio tanto
tessuti tanti chilometri
su una piazza bianca di neve
l’albero di Natale canta
canzoni dell’Estonia
tra oscure torri gotiche
e ciminiere di fabbriche.

Nazim Hikmet, Tallin, dicembre 1961 – Edizioni Mondadori, traduzione di J. Lussu

Previous post Ritrovarsi accanto a uno stropicciato cuore. Troverai chi ami le sue fragilità, come tu ami le tue
Next post La Speranza e il Perdono. La fine del 2020 e Emily Dickinson

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Social profiles