Lo Sparo di Ted Hughes – Idealizzazione e Dipendenza nelle relazioni d’amore

Nelle parole del poeta Ted Hughes, non c’è solo il ricordo della moglie e poetessa Sylvia Plath, ma anche la lucida analisi di una della forme della dipendenza affettiva. Quella che passa attraverso, come sempre, l’idealizzazione che però non permette nessun avvicinamento o conoscenza, perché già al primo contatto si verifica una instantanea delusione.
Per cui ogni relazione è connotata da una accezione negativa per cui l’altro è sempre diverso da ciò che ci si aspettava, come se avesse “tradito” volontariamente. Come se avesse ingannato solo per poter “sfruttare”.

Le relazioni sono viste solo in termini di “uso” e non di riconoscimento reciproco, in cui le diversità, anche in tutte le loro sofferenze, possono essere stimolo e desiderio.
L’altro, in queste forme di idealizzazione, che si generano sempre nell’infanzia, è idealizzato e non soggetto da conoscere. E in quanto Dio o Demone, è sempre in una posizione non paritaria, e la relazione che ne emerge resta sempre asimmetrica.

Vi è sempre uno sfruttato e uno sfruttatore, un dominato ed un soggiogato… qui ben descritto da Ted Hughes…


La tua adorazione aveva bisogno di un dio.
Se non c’era, ne trovava uno.
Comuni ragazzoni sportivi diventarono dèi –
divinizzati dalla tua infatuazione
che sembrava progettata fin dalla nascita per un dio.
Era un cerca-dio. Un trova-dio.
Papà ti aveva puntata su Dio
quando la sua morte fece scattare il grilletto.
In quel lampo
vedesti la tua vita. Il rimbalzo ti proiettò
lungo tutta la carriera di prima della classe
con la furia
di un proiettile ad alta velocità
che non può perdere una sola libbra-piede
di energia cinetica. Gli eletti
praticamente morivano all’impatto –
troppo mortali per incassare il colpo. Erano sostanza mentale,
provvisoria, speculativa, mera aura.
Eventi alla barriera del suono lungo la tua traiettoria.
Ma dentro il tuo Kleenex zuppo di singhiozzi
e i tuoi attacchi di panico il sabato sera,
sotto i capelli pettinati ora in questo ora in quel modo,
dietro quelli che sembravano rimbalzi
e la cascata di grida in diminuendo,
non deflettevi.
Eri argento massiccio rivestito d’oro
con la punta di nichel. Traiettoria perfetta
come attraverso l’etere. Persino la cicatrice della guancia,
dove sembrava che tu avessi sfregato sul cemento,
era la riga della canna
che ti manteneva dritta sull’obiettivo.
Finché il tuo vero bersaglio
non si nascose dietro di me. Il tuo Papà,
il dio con la pistola fumante. A lungo
vago come nebbia, non seppi nemmeno
di essere stato colpito,
né che mi avevi trapassato da parte a parte –
per seppellirti finalmente nel cuore del dio.

Al mio posto, il giusto medico-stregone
forse ti avrebbe afferrata al volo a mani nude,
ti avrebbe palleggiata, per raffreddarti,
senza dio, felice, pacificata.
Io riuscii solo ad afferrare
una ciocca di capelli, il tuo anello, l’orologio, la vestaglia.

Ted Hughes – “Lo sparo” da “Lettere di Compleanno” – Trad. Anna Ravano – Meridiani Mondadori

Immagine di Gypsie Raleigh

Francesco Urbani
urbani@casadinchiostro.it
www.francescourbani.it
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